Emergenze e non urgenze: la cultura della prevenzione

Un concetto non molto diffuso è la conoscenza della differenza tra urgenza ed emergenza. Spesso infatti le due parole sono utilizzate come sinonimi. Se entrambe indicano situazioni in cui è necessaria una pronta risposta, tra esse c’è un elemento che diversifica completamente il loro significato: la prevedibilità. Si ha un’urgenza quando si verificano eventi non prevedibili che necessitano di una soluzione rapida. Si ha un’emergenza quando si verificano eventi eccezionali – che erano stati precedentemente identificati come possibili, parzialmente preventivabili – che necessitano di una soluzione rapida. Per fare un esempio, un terremoto in zona sismica dovrebbe essere un’emergenza, non un’urgenza. Dovrebbero esserci piani già predisposti, persone formate, anche la popolazione dovrebbe avere delle informazioni preventive su come comportarsi. Al contrario, una catastrofe in una zona mai colpita precedentemente deve essere – giustamente – gestita come un’urgenza. Ma allora perché c’è spesso la sensazione che fenomeni catastrofici o anche semplicemente difficili da gestire (basti immaginare il traffico in città in concomitanza con una fiera o un evento sportivo) vengano trattati come se si verificassero sempre per la prima volta, se non fossero stati in qualche modo prevedibili? La tendenza dell’essere umano a concentrarsi sulla routine, sulla normalità, è alla base di molte teorie del comportamento. Questo spiega l’avversione naturale alla preparazione per eventi che non si verificano spesso, specie quelli che si presentano a intervalli imprevedibili. Un secondo livello di pensiero, superiore a quello concentrato sul routinario, vede la previsione a medio/lungo termine e l’analisi di costi e benefici di azioni complesse. Tale livello consentirebbe di formulare piani di emergenza, di prevedere scenari d’azione. Tuttavia l’essere umano non è naturalmente programmato per ragionare facilmente in questi termini. Da una parte la quotidianità è già sufficientemente complessa, dall’altra pensare a emergenze e difficoltà lontane nel tempo è una fonte d’ansia non facilmente gestibile. Serve allora il terzo livello di pensiero: quello etico e valoriale Tale livello permette di astrarsi dalla realtà contingente, quotidiana o prevista, per entrare in un piano in cui i fatti si legano ai valori culturali e individuali, al senso dell’etica e del dovere, alla realizzazione del mondo come si vorrebbe che fosse, non soltanto sulla base della fattibilità immediata. Tale livello serve a dare la forza di pensare a lungo termine, anche quando ciò è difficile o fonte d’ansia, di basare la propria preparazione a ogni genere di evento non soltanto sulla base di costi e benefici ma sulla base del valore stesso della prevenzione. In ogni ambito – dalla protezione civile alla sanità, dalla corruzione alla viabilità, dalla sicurezza urbana all’immigrazione – la vera prevenzione, dunque, non può che essere basata su valori condivisi. In altre parole, sulla cultura.

di Alessandro De Carlo, Presidente Ordine degli Psicologi del Veneto

alessandro-de-carlo