Immigrazione: cultura e condivisione per sconfiggere la paura

La chiave giusta di lettura di un problema non ancora risolto

Le difficoltà legate all’integrazione e all’accoglienza dei migranti sono numerose e sotto gli occhi di tutti. Non soltanto i recenti fatti di cronaca, gli sconvolgimenti politici a livello globale e le azioni da parte delle Istituzioni italiane, ma la vita quotidiana di ciascuno di noi ce lo mostra ogni giorno. Ma quale può essere la risposta del nostro mondo, della cosiddetta civiltà occidentale, dell’Italia, del Veneto? L’unica strada percorribile, escludendo soluzioni oggi inapplicabili, è quella della discussione, del dialogo. Si tratta di opporre la cultura e la ragione alle paure e al caos. Ma questa cultura non può essere qualcosa di astratto, di esistente soltanto nel pensiero di pochi intellettuali: deve assolutamente essere qualcosa di tangibile, che porti a soluzioni condivise, a generare sicurezza per tutti, a portare risultati. La dialettica, la ricerca, il pensiero, sono utili solo se in grado di
avere un ruolo attivo nei processi storici. In un mondo dove i confini – politici e psicologici – di fatto non esistono più, quello che succede ad Aleppo, anche se non ce ne accorgiamo direttamente, prima o poi entra con prepotenza anche nella nostra quotidianità. A livello sociale, quello che succede al Bataclan o a Nizza cambia il modo di vivere le relazioni nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nelle aziende, nelle famiglie.
La nostra cultura vive di contrasti e di cicli storici, il corpo e mente prima e dopo Cartesio, le spinte progressiste e conservatrici, la prevalenza della sfera razionale o sentimentale che si sono susseguite e scambiate nei secoli. Il contrasto forse più noto è quello tra Eros e Thanatos, Amore e Morte, due pulsioni cardine del pensiero occidentale, due istinti che sono alla base del nostro comportamento, delle nostre relazioni. Lo spirito creatore e la distruzione, la spinta alla conciliazione e quella al conflitto. La più grande intuizione del pensiero ottocentesco è stata quella di immaginare una struttura ontologica non binaria ma ternaria. Fra le due pulsioni, fra l’Amore e la Morte, si inserisce dunque una forza mediatrice: che si può chiamare scienza, che si può chiamare politica, che si può chiamare istituzione, che si può chiamare cultura.
Grazie all’azione di questo mediatore terzo si può trovare il modo di riconoscere e valorizzare la diversità senza trasformarla in conflitto, rassicurati dall’esistenza di una forza che aiuti a comprendere, conservare e tramandare la propria cultura. Questo è il ruolo del terzo attore in questa dinamica non più a due, ma a tre soggetti. Questo è il ruolo che la cultura, intesa come qualcosa di concreto, di diffuso, di condiviso, di supportato dalla scienza, di portato avanti con professionalità, deve e può rappresentare. Il fine è trovare un sistema sociale nuovo ma basato su radici profonde, in cui tutti abbiano la possibilità di avere la propria identità e vivere con sicurezza in un ambiente sociale orientato alla crescita e allo sviluppo.
di Alessandro De Carlo, Presidente Ordine degli Psicologi del Veneto
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