L’era dei Blade Runner?

Amare quello che facciamo ci salverà dalla tecnologia

Il dibattito sul ruolo dell’evoluzione tecnologica nel creare nuove possibilità di lavoro per i giovani e, in generale, per le persone è da anni acceso all’interno della comunità scientifica e delle istituzioni. Da una parte ci sono i teorici del fatto che le macchine andranno a creare nuovi lavori, che il volume della produzione di massa realizzata dagli automi permetterà – eventualmente tassandone il lavoro e redistribuendo i proventi – di raggiungere un alto livello di benessere economico diffuso, che l’attività umana si sposterà nel settore dei servizi, il quale non sarà occupato da robot. Insomma, che anche una massiccia presenza di macchine non andrà a ridurre la possibilità delle persone di avere un lavoro, anzi, permetterà loro di trovarne di più sodisfacenti.

Dall’altra, ci sono coloro che prevedono un sempre maggior numero di disoccupati a fronte di una sempre maggiore presenza di macchine nel processo produttivo, la progressiva perdita di possibilità per chiunque non abbia una nicchia di altissima specializzazione e il cui lavoro possa essere anche solo in parte automatizzato. Le loro teorie, come corollario, vedono per il futuro anche una maggiore concentrazione del potere economico, sociale e politico nelle mani di pochissimi, coloro che controllano processi produttivi caratterizzati da una sempre minore presenza umana – e quindi anche una minore opposizione alla volontà padronale – e che detengono il capitale. Una distopia in cui capitale finanziario e produzione automatizzata creano un circolo chiuso impossibile da penetrare, bloccano la mobilità sociale, asserviscono i lavoratori che sono necessari per i processi e creano esclusione per tutti gli altri.

Ma quale di queste teorie è più giusta? Questa è una domanda a cui è difficilissimo rispondere. Probabilmente, in linea teorica, entrambe: le possibilità e i rischi dell’evoluzione tecnologica vanno di pari passo, e moltissimo di quanto accadrà alla nostra società verrà deciso nell’arco di pochi anni esclusivamente dagli umani. Saranno le regole che la politica, le istituzioni nazionali e sovranazionali, le università e i gruppi di ricerca, le aziende e la società daranno al ruolo delle macchine nel lavoro a determinare l’evoluzione della convivenza lavorativa con gli automi verso il miglioramento o verso la distopia. Questo, però, è al di là di ogni capacità previsionale, troppe variabili sono coinvolte. Bisogna augurarsi che chi ha la possibilità di influire sul futuro non rinunci all’approfondimento e pesi con attenzione qualsiasi decisione.

Dunque cosa possiamo fare noi nel frattempo? L’antidoto per qualsiasi evoluzione, anche la più negativa, è studiare e avere il coraggio di scegliere di fare ciò che amiamo. Sembra essere una proposta coraggiosa ma, nei tempi che corrono, probabilmente è più efficace quantomeno a medio e lungo termine. Un concetto piuttosto diffuso è che le macchine non potranno superare, almeno in breve tempo, l’essere umano in termini di creatività, di connessione delle informazioni, di creazione di significati. Inoltre le macchine, essendo programmate sulla base di protocolli rigidi, mancano di un elemento estremamente sottovalutato: il buon senso. Quindi difficilmente potranno andare a svolgere attività in cui ci sia bisogno di trovare nuove soluzioni per problemi complessi, che richiedano la comprensione di diverse variabili, o la previsione di comportamenti altrui. Si tratta di quei compiti che, oggi, vengono svolti dalle persone con una maggiore preparazione.

E sono anche attività che vengono svolte al meglio soltanto se alla base c’è passione, motivazione, interesse, pazienza, voglia di ottenere risultati d’eccellenza. Quindi studiare, formarsi, pensare lungamente a come migliorarsi, interrogarsi su cosa si vuole fare e su cosa si può fare al meglio: questi possono essere gli antidoti per un futuro che oggi è estremamente incerto. E forse, in questa prospettiva, ci si può – almeno parzialmente – salvare dall’essere in balìa di eventi al di fuori della nostra comprensione e possibilità di influenza e creare individualmente quella sicurezza e serenità di cui i nostri tempi sono avari.

Alessandro De Carlo, Presidente Ordine degli Psicologi del Veneto