Palme a Milano, specchio dei tempi

Un mattino di febbraio, nel 2017, senza preavviso, la città di Milano si sveglia con qualcosa di diverso rispetto al giorno precedente. Si tratta di palme, proprio di fronte al Duomo. E non sono poche, è un bel giardino esotico in pieno centro. Si sapeva poco di cosa avrebbe realizzato la multinazionale del caffè Starbucks, che aveva vinto il bando per sponsorizzare un’installazione che dovrà (dovrebbe?) rimanere al suo posto per tre anni.
E la reazione non ha tardato ad arrivare: da esponenti più o meno di rilievo della politica locale o nazionale a comuni cittadini si è levato un coro quasi unanime, gridato principalmente via social network, contro le straniere piante. Ma il fulcro della polemica non è stato il valore estetico, più o meno condivisibile, dell’operazione, quanto il suo significato profondo, il simbolo di una resa preventiva dell’occidente di fronte a una conquista ormai inevitabile, un’accelerazione notturna della perdita della nostra identità, la prova concreta che non possiamo sapere cosa ci riserva il domani. Dai toni e dai contenuti delle invettive si poteva percepire rabbia e anche paura, specialmente riguardo alla nostra forza e capacità di mantenere i nostri valori: se il passo successivo fosse mettere un mercato di cammelli sotto quelle palme, e un suk in galleria Vittorio Emanuele avremmo la capacità di opporci?

E la protesta si è pure spostata dall’espressione dello sdegno, della rabbia e del disgusto ad azioni concrete: un giovane, parrebbe italiano, forse animato da una discreta dose di patriottismo alcolico o soltanto dalla scarsa comprensione della pericolosità del proprio agire, ha dato alle fiamme una delle palme incriminate. Eppure, come ha fatto notare anche l’architetto che ha immaginato il giardino esotico, si tratta di un’operazione che ha piene radici nella nostra cultura. Già nell’800 era stato installato arredo urbano di quel tipo proprio di fronte al Duomo, ci sono anche le foto. Come mai allora una parte di Milano non ha apprezzato e, soprattutto, ha avuto una reazione rabbiosa al giardino tropicale?

Il problema che l’architetto, i committenti e il Comune non hanno considerato è che i tempi cambiano. L’antica simpatia e curiosità dell’occidente per l’esotico è strettamente legata alla conquista dello stesso, alla visione del mondo fuori dal vecchio continente come un giardino privato di cui disporre a piacimento, da cui trarre ricchezze, popolato da gente poco evoluta, che sicuramente non fa paura e a cui, eventualmente, si può fare il favore di esportare un po’ di civiltà. L’Africa, l’Asia, il Sud America, l’Oceania sono stati per lungo tempo luoghi immaginari, legati a racconti di conquista (gli italiani li hanno conosciuti principalmente grazie a Salgari, che a sua volta non si era mai allontanato da casa propria), a merci pregiate il cui infinito sovrapprezzo da parte degli importatori in realtà creava un circolo economico chiuso che ci avvantaggiava.
Ma oggi non è più così: alcuni popoli del mondo, come la Cina, hanno scelto la strada dello sviluppo e minacciano direttamente la nostra egemonia (se non l’hanno già presa), altri sono in fase di migrazione, resa più facile dall’instabilità di intere aree geografiche fondamentali per il controllo dei flussi e dalla tecnologia che permette il reperimento delle informazioni necessarie. La stessa tecnologia ci fa vedere notizie di ogni genere e sorta su base quotidiana, trasformando anche fatti isolati in preoccupazioni collettive. Insomma, c’è una paura diffusa che avrebbe potuto essere prevista da chi ha realizzato il giardino esotico, dimostrando ancora una volta come tanti intellettuali abbiano una visione del mondo molto distante da quella della gente comune: a poco servono i richiami alla cultura ottocentesca per bloccare i timori di migliaia di persone, specie se si tratta di timori che hanno una ragione concreta, anche se magari meno totale di quanto percepito da alcuni, di esistere.

D’altra parte, la rinuncia a priori delle palme – qualsiasi rinuncia a priori legata alla paura – sarebbe una sconfitta per la nostra civiltà. Se proprio palme dovevano essere, indipendentemente dal giudizio estetico, andava fatta una campagna di sensibilizzazione e condivisione, una spiegazione del legame tra quelle palme e la cultura italiana. E forse sarebbe stata anche un’occasione per riflettere sul nostro passato, sulle sfide del presente e sulle prospettive future, che oggi più che mai devono essere argomento di discussione pubblica per combattere un declino a cui non possiamo rassegnarci. Alla fine, le palme sono sempre le stesse, fanno ombra d’estate e alcune di esse danno anche frutti piuttosto buoni. Siamo noi a essere diversi e sta a noi non essere diversi in peggio.

Alessandro De Carlo, Presidente Ordine degli Psicologi del Veneto