Perché il mondo occidentale prova la necessità di chiudersi

Un nuovo muro di Berlino?

Chiusure, muri, difesa di identità nazionali, rifiuto di trovare compromessi, protezionismo economico. Queste sono alcune tra le parole più frequenti sui mezzi di informazione, sono i concetti che sembrano smuovere sempre più ampie masse di persone. Forse cavalcarli può spianare la strada per il successo in politica e, magari, modellare il futuro del mondo (quantomeno quello occidentale). Per comprendere l’appeal che la chiusura, la durezza, la difesa identitaria bisogna considerare un mix di difficoltà economica, paura, frustrazione individuale e collettiva, incapacità di una visione prospettica. La difficoltà economica è sotto gli occhi di tutti: una crisi iniziata nel 2008 è ormai diventata una condizione strutturale e la nostra società non si è sviluppata negli ultimi decenni in modo da poter sostenere un ritmo di crescita inferiore a quello della fine del secolo scorso. Spendiamo troppo a livello pubblico e privato, siamo abituati a considerare alcune conquiste sociali ed economiche come condizioni ormai immutabili, abbiamo sviluppato l’abitudine di considerare la spesa individuale come un modo per affermare uno stato sociale e una necessità, quasi un diritto. La paura è una conseguenza diretta della condizione strutturale in cui viviamo: paura di stare sempre peggio, di vedere lo stile di vita delle generazioni passate sempre più distante, di non sapere quanto in basso potrà portarci la parabola discendente. La frustrazione è qualcosa di più complesso, in cui aspetti emotivi e cognitivi vanno a fondersi, a volte partendo da presupposti non completamente veritieri, creando una sensazione di impotenza mista a rabbia. Alla base della frustrazione ci sono tanti fattori, tra cui il mito di un passato splendente e felice (considerare i tempi passati migliori del presente è una caratteristica diffusa e che ha permeato tutte le epoche, la questione è quanto profonda e condivisa sia questa idea), la sensazione del rischio di una sconfitta culturale, economica e politica rispetto a mondi meno evoluti ma più aggressivi, la percezione dell’inconsistenza – indipendentemente dalle sue reali responsabilità – delle istituzioni che dovrebbero rappresentare il popolo, l’idea – resa possibile dai moderni mezzi di comunicazione – che esista sempre un luogo migliore di quello in cui si è, che ci siano persone più ricche felici e potenti che mostrano le loro splendide, gaudenti, utili, prestigiose attività sui social mentre la propria vita quotidiana e reale è grigia e difficile, che esistano luoghi in cui vengono prese tutte le decisioni e che il singolo ne è e ne sarà sempre estromesso dovendo soltanto subire la volontà di qualcun altro, di qualcuno nemmeno noto e visibile e per questo estremamente inquietante.

E poi esiste la mancanza di visione prospettica, anche figlia di un sistema educativo che – non soltanto in Italia – non sembra essere all’altezza della complessità del mondo contemporaneo. La sensazione che il mondo vada a rotoli non è più tale se ci si astrae dalla situazione italiana degli ultimi anni. Il mondo sta progredendo: solamente in Indonesia si stima che 150 milioni di persone siano uscite o usciranno dalla povertà entro il 2020. Si tratta di quasi tre volte la popolazione italiana. Il numero di guerre, e conseguentemente di morti, è diminuito, addirittura si è azzerato nei paesi dell’Europa occidentale, proprio all’interno di quella Unione Europea che sembra la causa di tutti i mali. L’aspettativa di vita si allunga, con differenze inaccettabili tra diverse aree del pianeta, ma pur sempre con un trend positivo. La storia ci insegna che le popolazioni europee hanno basato molto del loro benessere sul dominio del mondo, oggi la cosa non è più pensabile (almeno nell’accezione colonialista ottocentesca) per la nostra sensibilità e, soprattutto, perché pezzi sempre più consistenti del resto del mondo hanno reclamato il proprio diritto a far pienamente parte dei processi di sviluppo e a trattare alla pari con i paesi storicamente dominanti.

Questo significa comprendere che alcune basi della vita sociale delle precedenti generazioni non sono ripetibili per via delle mutate condizioni globali: bisogna trovare strade nuove. La stessa globalizzazione, considerata da molti come la causa di tutti i mali, può permettere di trovare nuovi modi per creare benessere: se è vero che merci e persone in entrata possono essere una minaccia, abbiamo la possibilità di raggiungere ogni angolo del globo a fine commerciale, culturale, scientifico. Insomma, la vera sfida del presente è fare pace con la condizione in cui viviamo. Questo non significa pensare irrealisticamente che vada tutto bene e che nessuno in passato abbia sbagliato o, eventualmente, abbia gestito in modo incompetente o criminale affari pubblici e privati.

Significa rendersi conto che i problemi sono più vasti del particolare quotidiano, che è necessario trovare soluzioni piuttosto che capri espiatori, che bisogna capire chi condivide quel disagio che permea la nostra società e chi invece lo vuole sfruttare a proprio vantaggio, che si deve fare lo sforzo di ricordare che lasciarsi andare a recriminazioni, accuse, sospetti, odi ha portato soltanto guerra e distruzione, che è necessario creare una consapevolezza diffusa del fatto che costruire è un’opera faticosa, lenta e raramente visibile e spesso male remunerata mentre distruggere è un atto eclatante, spesso soddisfacente e che richiede poco tempo e poca fatica, che si deve credere che il passato era splendido ma il futuro può essere migliore. La sensazione è che stiamo entrando in un periodo cruciale per la storia, e la battaglia per far prevalere le ragioni dell’apertura, dello sviluppo, della condivisione e della pace sia appena iniziata.

Alessandro De Carlo, Presidente Ordine degli Psicologi del Veneto