Salute mentale, scontro medici-Regione

Veneto, gli psichiatri criticano le strutture per lungodegenti: «Addio terapie e riabilitazione, così si ghettizzano i malati»

Si allarga fuori dal Palazzo lo scontro sulla gestione della salute mentale. Dopo le critiche
dell’opposizione consiliare, sono anche i medici a protestare contro la nuova programmazione dell’offerta residenziale extra-ospedaliera, proposta dalla giunta regionale e approvata a maggioranza dalla commissione Sanità: «Questo ritorno ai manicomi cancella decenni di battaglie contro la ghettizzazione dei malati», tuona Lodovico Cappellari, presidente della sezione veneta della Società italiana di psichiatria.

Manuela Lanzarin, assessore al Sociale, difende invece strenuamente il provvedimento:
«Nessun passo indietro, anzi, è piuttosto un netto aumento di qualità nella presa in carico delle persone che hanno più difficoltà delle altre».

Dunque per ora la condivisione si limita al mantenimento dell’attuale quota di compartecipazione sociale alle rette nelle strutture protette: 40% a carico di famiglie e Comuni, 60% in capo alla Regione, malgrado l’indicazione nazionale di invertire il rapporto. Per il resto, invece, la delibera suscita perplessità, in particolare nel passaggio che istituisce le nuove residenze sociosanitarie per lungodegenti con problemi psichiatrici: fino a 40 posti letto per ciascuna delle 7 province, per un totale di 280 ospiti.

«Stiamo scherzando?», chiede Cappellari, a nome dei 180 psichiatri del Veneto. «Abbiamo
combattuto per venticinque anni per far capire che le persone devono vivere nel loro microcosmo, il più possibile insieme alle proprie famiglie, in un contesto di relazioni sociali – continua il numero uno di Psi.Ve – e ora vorremmo di colpo rinchiuderle in strutture che non hanno niente di terapeutico o di riabilitativo? In questi posti non ci sarebbero medici, ma solo operatori sociosanitari e uno psicologo per sei ore a settimana, senza alcun obiettivo: questo è assistenzialismo puro. E una volta che uno ci entrerà, ne uscirà mai o sarà destinato a morire lì?».

Lanzarin trova fuori luogo interrogativi come questo. «Non capisco un tale allarmismo – dice l’assessore regionale al Sociale – perché ovviamente i tempi dell’accoglienza dipenderanno dal percorso individuale di ciascuno, sulla base della valutazione dell’équipe multidisciplinare. Parliamo di over 45, presi in carico da almeno dieci anni, che hanno intrapreso percorsi riabilitativi e hanno tentato il reinserimento, ma per vari fattori legati a più patologie non riescono a venire fuori dalla cronicità. A loro, anziché solo pochi posti in una casa di riposo come succede adesso, destineremo strutture dedicate, con standard di accoglienza più alti di quelli attuali. Non è affatto vero che queste persone saranno sradicate dai loro contesti o che non verranno seguite: ci sarà anche l’intervento dell’assistente sociale e dello psichiatra del dipartimento di salute mentale, secondo un modello che non è stato certo campato per aria, ma deriva dai bisogni evidenziati dalle singole aziende sanitarie».

Le Ulss avranno 18 mesi per adeguarsi alla nuova programmazione. «Nel frattempo –
assicura l’assessore Lanzarin – la Regione continuerà a garantire una posta di bilancio, pari quest’anno a circa 10 milioni, aggiuntiva rispetto ai Livelli essenziali di assistenza, in modo da andare incontro a famiglie e Comuni nel pagamento delle rette».

A.V.