"Si dice che ..."

… è notte persa e figlia femmina

Rubrica a cura di Alessandra Marconato, Direttore Responsabile di 78PAGINE. www.78srl.it/78pagine

Non è mia questa espressione. È una frase che si può leggere nei libri di Camilleri, forse di pura fantasia, attribuita a un padre che, dopo il travaglio notturno della moglie e alla notizia della nascita di una figlia femmina, ha esclamato “Notte persa e figlia femmina”.

È una frase che, qualche volta, uso anch’io, mettendomi poi a ridere perché, detta da una donna, fa un “certo” effetto e l’interlocutore rimane spiazzato. Per quanta ironia e cinismo possa vedere in questa frase, questo è ancora, per molti aspetti, il tempo delle notti perse associate alle figlie femmine.

Sono stata coinvolta in una discussione, in ambiente universitario, sui diritti conquistati dalle donne e sul femminismo. C’erano due generazioni a confronto: quella che il femminismo l’ha vissuto (anche in prima linea) e quella che dei risultati delle lotte femministe sta godendo. La generazione che ha lottato diceva all’altra che ora ci si lamenta di cose che prima erano un miraggio e che, visto quanto ottenuto, su alcune questioni si può sorvolare pensando che, per cambiare mentalità e posizioni di potere, ci vorrà ancora del tempo. Si calcola che questo tempo, almeno in Italia, equivalga a cento anni.

Speravo di meglio per mia figlia che ora ha tre anni. La stessa bambina che torna a casa dall’asilo dicendo cose del tipo “devo mangiare poco perché sono una femmina”, “mamma appendi questo – indicando il lavoretto che ha fatto per la festa della donna – in cucina”, “le femmine fanno così …” e altre cose simili.

Ho sentito dire che …

“Speravo fosse una femmina e non un maschio. Le femmine si sposano e si sistemano, mentre i maschi devono mantenere la famiglia” – cit. il benzinaio.

“Sono contento che mio nipote sia un maschio: i maschi valgono di più” – cit. l’imprenditore.

“Signorina mi appende il cappotto? E ho tempo di prendermi un caffè in attesa che arrivi il docente” – il manager alla docente, allungando il cappotto.

“E’ in arrivo un altro figlio? Un’altra femmina? Guarda anch’io ne ho tre: all’inizio ci rimani male poi ti ci abitui” – conversazione davanti a un caffè, tra due uomini, al mare.

“Non è una manager capace. È troppo materna …” – citazione Responsabile Risorse Umane di una multinazionale.

“Questi giochi sono da femmine. Dove sono i giochi per maschi?” – cit. mamma, con figlio maschio, in negozio di giocattoli.

“Lei può anche smettere di studiare … tanto fra un po’ si sposerà” – cit. mamma, parlando di sua figlia.

Si dicono queste e molte altre cose e sono dette da maschi e femmine.

Le parole che noi diciamo sono la rappresentazione del nostro mondo interiore, di ciò che pensiamo, sentiamo e della nostra mentalità, più in generale. Attraverso le nostre parole noi agiamo sulla nostra realtà interiore e, in qualche modo, su quella degli altri.

Saranno ancora necessarie altre generazioni perché non sia “notte persa e figlia femmina”.

Intanto i lavoretti di mia figlia li porto nel mio studio perché in cucina, con il vapore delle pentole, i fiorellini gialli, attaccati con la colla al foglio, si possono staccare …

Alessandra Marconato 

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