Quando il cinema ricorda

La Shoah attraverso la macchina da presa

Se la Shoah è entrata nelle coscienze, lo si deve anche alla forza delle immagini. Fotografie e filmati, all’inizio prepotentemente e drammaticamente in bianco e nero perché l’orrore non poteva avere colore. Poi,col tempo, non soltanto documenti e documentari, ma film, fiction, serie televisive. Piano piano la Shoah è emersa dalle notti di nebbie, è diventata coscienza collettiva, col cinema anche poesia e perfino è stata  spettacolarizzata perché potesse arrivare a commuovere e coinvolgere un numero sempre maggiore di persone.

Niente come l’immagine resta negli occhi e nel cuore, dà la certezza di una cosa avvenuta, aiuta a non rifiutarla, la fa propria.

Le prime immagini, certo le più realistiche e terribili, sono quelle girate in tempo reale prima dai nazisti, poi dagli Alleati. I tedeschi lo facevano per documentare la precisione dell’orrore, per dare allo sterminio scientificità: erano tecnicamente precisi nella loro follia razzista, documentavano anche le cose più orribili, schedavano la morte. Gli Alleati hanno ripreso la realtà all’ingresso nei campi di sterminio, i sopravvissuti ridotti a scheletri inebetiti, le montagne di cadaveri, i forni distrutti, le baracche. Hanno filmato i civili tedeschi costretti ad assistere a ciò che non volevano vedere e dicevano di non sapere. Hanno affidato il montaggio ai registi di Hollywood, quelli più famosi, più bravi, da Stevens a Hitchcock a Frank Capra. Sono immagini diventate le prove stesse dell’orrore, è la Storia tragicamente esposta. Basti pensare che il governo inglese ha tolto il veto alla visione di “Memory of the camps” di Sidney Bernstein soltanto nel 1985, quarant’anni dopo!

Non a caso il primo vero documentario che scuote le coscienze e costringe il mondo a riflettere su quanto era accaduto, arriva soltanto dieci anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dei campi di sterminio. Con “Notte e nebbia” (1955) di Alain Resnais il cinema si confronta con la Shoah. Il celebre regista francese dirige il documentario su commissione del Comitè d’histoire e precorre i tempi: punta a far emergere la “banalità del male” della quale Hannah Arendt scriverà sei anni dopo. Ancora permane qualche esitazione nel definire la Shoah soprattutto una questione ebraica. Resnais non realizza solo un “documentario”, non si limita a proporre una collezione di immagini asettiche, ma le accompagna con un commento a tratti crudo, spesso poetico, sempre con un messaggio chiaro. Si tratta di immagini reali, fanno parte della nostra storia e della molta follia che c’è stata. Impossibile ignorarle, vietato rifiutarle.

Da “Notte e nebbia” si apre la grande stagione del cinema sulla Shoah. Segue nel 1959 “Il diario di Anna Frank”, ispirato alla storia vera che è già stata portata con fortuna a Broadway e che è diventata un libro di grande successo. La regia è affidata, non casualmente, allo stesso Stevens dei documentari girati nei campi. Non deve sorprendere che il cinema questa volta, per esigenze commerciali, si pieghi alla storia d’amore tra l’adolescente Anna e Peter. Nel 1961 arriva “Vincitori e vinti” di Stanley Kramer, ricostruzione del processo di Norimberga e prima identificazione dei caratteri della Shoah. Sfilano criminali di guerra, vittime dei nazisti, le colpe dei tedeschi, i documenti originari filmati nei campi. Anzi, è il documento filmato che prova inequivocabilmente la colpa. Un esempio che sarà seguito soprattutto dalle fiction tv. Il film apre la strada alla partecipazione emotiva dello spettatore e per farlo si serve anche di grandi interpreti: da Spencer Tracy a Marlene Dietrich a Burt Lancaster. Il film che si svolge quasi interamente in un’aula giudiziaria precede di poco la realtà del più grande e spettacolare processo a un nazista: quello che si tiene a Gerusalemme contro Adolf Eichmann, l’ex ufficiale delle SS tra i principali colpevoli degli sterminii ad Auschwitz. Un processo ripreso dalle tv di tutto il mondo e tale, questa volta davvero, di imporre il grande tema all’opinione pubblica.

Contemporaneamente nel 1960 esce “Kapò” di Gillo Pontecorvo, importante perché una donna che non ha niente di erorico, alla quale è stata annullata l’identità, alla fine perde la speranza e si uccide gettandosi contro la recinzione elettrificata. La morte è spettacolarizzata.

 

 

A seguire “L’uomo del banco dei pegni” (1964)di Sidney Lumet e con un potente Rod Steiger : il sopravvissuto non è mai uscito dai campi; il protagonista, che vive facendo l’usuraio in un quartiere difficile di New York, rappresenta l’ebreo personaggio tipico che porta sulle spalle un peso enorme che diventa incubo.

Interessanti negli Anni ’70 per aspetti diversi due film italiani: “Il giardino dei Finzi Contini” (1970) di Vittorio De Sica, premio Oscar; “Il portiere di notte” (1974) di Liliana Cavani. Il primo porta il pubblico alla commozione, ma fa emergere la cultura ebraica, una città come Ferrara, l’orrore delle leggi razziali che hanno tolto agli ebrei ogni cosa, il futuro allucinante di una famiglia intera destinata allo sterminio. Il secondo, film discusso, racconta l’incontro tra un’ex prigioniera e un ex nazista, cedendo alla morbosità, alla perversione sessuale che apriranno la strada a un filone non esaltante.

Più significativo “La scelta di Sophie” (1981) di Alan Pakula con una stupenda Meryl Streep, figura complessa che affronta il passato restando sempre prigioniera di Auschwitz e convinta di dover trovare un modo per espiare la propria colpa di essere sopravissuta.

Ma a segnare il punto di rottura rispetto al passato, è la fortunata serie televisiva “Olocausto” (1978), capace anche di imporre la definzione di Olocausto in tutto il mondo e di rendere tragicamente popolari nomi come Auschwitz, Treblinka, Sobibor. Dopo questa serie anche il modo di raccontare la Shoah in film cambia. Lo coglie alla perfezione Steven Spielberg quando dirige il suo capolavoro “Schindler’s List” (1993): fa vivere la tragedia allo spettatore, la rende reale senza conceere allo spettacolo, trasforma la Shoah in un dramma collettivo. Quella bimba col cappottino rosso, unico colore in un mondo in biancoenero, viene staccata dalla folla dei condannati a morte proprio perché non sfugga. E’ proprio il grande successo del film a costringere il cinema e la tv a programmare la Shoah, in anticipo sulla stessa Giornata della Memoria.

Che da allora fosse necessario cambiare il modo di raccontare la grande tragedia, di usare un linguaggio innovativo per approfondire l‘argomento, lo colgono al volo due film usciti quasi in contemporanea: “La vita è bella” (1997) di Roberto Benigni e “Train de vie” (1998) di Radu Mihaileanu.

I due film sono legati dalla stessa visione fantastica: la favola può far capire l’impossibilità di raccontare l’impossibile. Nel secondo film è il pazzo Shlomo, anima gentile, a inventare l’innocente bugia; ti strappa il sorriso, ma sai subito che dietro il sogno c’è la libertà negata, lo spettatore conosce già la Storia. Nella pellicola di Benigni è il padre che, rendendo assurda la paura del piccolo Giosuè, svela e denuncia l’assurdità della situazione. Il film esalta il dramma non lo ridimensiona, come da qualcuno è stato accusato. Non smarrisce mai la propria identità, non è sempre necessario far vedere le immagini, puntare sullo scomparire delle persone.

Ancora bambini nella tragedia: “Giona che visse nella balena” (1993) di Roberto Faenza, l’esperienza del campo di concentramento con gli occhi del bambino, una presa di coscienza che da adulto lo isolerà dal mondo; “Il  bambino col pigiama a righe” (2008) di Mark Herman, lo scambio di ruoli impossibile tra detenuti e figli del comandante del campo.

Interessante “La tregua” (1997) di Francesco Rosi, tratto dal libro di Primo Levi, il ritorno alla vita dei superstiti. Forte il recentissimo “Il figlio di Saul” (2015) dell’ungherese Lazslo Nemes, premiato anche con l’Oscar: costretto a lavorare in un campo di sterminio crede di riconoscere il figlio nel cadavere di un giovane e fa di tutto per poterlo seppellire sottraendolo al forno crematorio. Fino al “Labirinto del silenzio” (2014) dell’italotedesco Giulio Ricciarelli: l’ostinazione e la convivenza con le quali la Germania del dopoguerra copre a lungo i crimini nazisti e ostacola le indagini di un giovane procuratore.

 

 

Edoardo Pittalis

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