Il Redentore, da festa più sentita al numero chiuso

La festa più sentita dai veneziani, quella del Redentore, quest’anno si svolgerà, per la prima volta, con una formula sperimentale a numero chiuso in una decina di zone della città. Dopo i fatti di Torino, il prefetto di Venezia, al termine della riunione del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, ha spiegato che, nelle aree solitamente più affollate durante i fuochi del Redentore, dal Molo della Piazzetta di San Marco fino alla Caserma Cornoldi e, alle Zattere, dagli Incurabili alla Punta della Dogana, verranno installati “conta-persone” e controllate le borse ai varchi di accesso.

Per motivi di sicurezza quindi, il Sindaco Luigi Brugnaro, ha annunciato questa singola ordinanza, spiegando inoltre che il numero chiuso non è stato ancora precisato: verrà stabilito da una commissione di vigilanza. Di certo, però, saranno gli steward all’entrata che, conta persone alla mano, dovranno capire quando dire stop agli ingressi. Alle 20 saranno chiusi gli accessi e liberate le aree, e dalle 19 la vendita di bottiglie di vetro sarà vietata in tutta la città di Venezia, bar, supermercati e negozi compresi. Raggiunta la capienza massima, circa 50.000 persone, chi rimarrà fuori potrà andare un po’ più lontano, verso Sant’ Elena.

Dopo l’attentato di Manchester e i fatti di Torino, Venezia quindi non rischia e si dota di misure di sicurezza speciali per un evento, quello del Redentore, che prevede ogni anno una grande affluenza di pubblico. Una festa nata nel 1575, dove l’Italia fu investita da una tremenda epidemia di peste che dilagò per la città di Venezia per quasi due anni, mietendo quasi cinquantamila vittime.

A seguito di altre epidemie analoghe scoppiate in epoche precedenti il Governo Veneziano, attraverso i Provveditori alla Sanità, aveva già fatto costruire due Lazzaretti (Lazzaretto Nuovo e Lazzaretto Vecchio) in un’isola della Laguna, nel 1423 e nel 1468 ma durante l’epidemia del 1575 i due ricoveri erano talmente sovraccarichi che il Senato decretò che potessero sostare vicino all’isola delle grandi barche contenenti gli ammalati non ricoverabili nei lazzaretti. Nel frattempo tutti i mendicati della città venivano arrestati perché erano gli individui più soggetti a contrarre il morbo a causa delle lor precarie condizioni igieniche. Anche loro vennero caricati su quasi duemila barche ancorate vicino ai Lazzaretti. Un altro ricovero utilizzato fu la Chiesa della Madonna dell’Orto.

In città si inceneriva ogni cosa potesse avere avuto contatto con i malati, si purificava l’aria bruciando del ginepro che arrivava apposta dall’Istria e dalla Dalmazia, si obbligavano gli abitanti a restare chiusi in casa per otto giorni chiudendo i sestieri. Ma tutto fu inutile. Non sapendo più cosa fare il doge esortò il popolo a pregare e deliberò la costruzione di un tempio votivo dedicato al Redentore non appena la pestilenza fosse terminata. Il Governo affidò l’incarico ad Andrea Palladio.

La sede scelta fu l’isola della Giudecca e la prima pietra fu posta il 3 maggio del 1577. La fine del morbo fu annunziata nel luglio dello stessa anno nella Basilica di San Marco e si decretò che la terza domenica di luglio fosse per sempre dedicata alla visita del tempio del Redentore.

 

 

Si costruì allora un ponte di barche da Piazza San Marco alla Giudecca per far passare la processione e il popolo al seguito e così per ogni anno a venire. Diventò così la Sagra del Redentore o il Redentor, dove famiglie intere del popolo o della nobiltà e gruppi di amici restavano alla Giudecca a mangiare, bere e fare festa, tutti assieme e per tutta la notte. Alle 23.30 inizia il gioco pirotecnico. Il ponte di barche viene costruito ancora oggi, inizia dalle Zattere e, attraversando il canale della Giudecca, arriva proprio davanti al Tempio del Redentore. La festa si svolge tuttora.  Il ponte di barche viene costruito ancora oggi, inizia dalle Zattere e, attraversando il canale della Giudecca, arriva proprio davanti al Tempio del Redentore.

Giuliana Lucca