Z come Zorro? No! Come Zed

“Zed” come Zorro o zeta in inglese. Ma Zed, soprattutto in Veneto, si traduce “musica” perché altro non è che la sigla di tre soci quarantenni che riempiono gli stadi e i palasport italiani da quasi vent’anni; negli ultimi anni 1500 concerti, un terzo al Gran Teatro Geox di Padova.

Zed è una più di una sigla. Zed sono Diego Zabeo, 48 anni, Valeria Arzenton, 43, Daniele Cristofoli, 45, tutti padovani.

Ragazzi, come è nata la Zed? “Nessuna agenzia ci dava credito, la musica è un mondo chiuso, il rapporto con gli artisti è delicato, non è solo un problema di disponibilità economiche. Organizzare un concerto vuol dire predisporre soccorsi, ambulanze, servizi di sicurezza e noi dovevamo farci le ossa. Eravamo ancora agli inizi e, come se stessimo camminando sulle uova, ci stavamo addentrando in un mondo fatto di luci e colori ma non per questo meno pericoloso. Allora ci venne un’idea: fare un concerto degli “Articolo 31” che allora andavano forte tra i giovani (era fine aprile 1998) anche se non ci credeva nessuno. Dovevamo riempire il Palaverde, impresa quasi titanica. Allora ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto volantinaggio nelle scuole, organizzato autobus. Risultato? Fatto il pienone, abbiamo scoperto che nel live l’artista ti porta via una gran parte dell’incasso e il resto va alla Siae e all’Iva. Non ci importava, era il primo passo. Siamo partiti e pochi mesi dopo eravamo a Vicenza, al Palladio, col nostro primo concerto da soli: Angelo Branduardi. Poi Biagio Antonacci e Luca Carboni. Così abbiamo provato anche Padova, il Palazzetto con Biagio e d’estate Elio e le Storie Tese e questo ha fatto accendere i riflettori su di noi. Abbiamo fatto numeri e i numeri contano. Ci chiamavano il miracolo padovano”.

Poi siete cresciuti ancora. “Bisognava arrivare ai grandi nomi, la concorrenza non ci gradiva, cercava di frenarci anche con giochi sporchi. Ci si è presentata l’occasione nel 2000 quando veniamo a sapere che Luciano Ligabue è in tour negli stadi e c’è l’Euganeo inutilizzato. Ci siamo chiesti perché non aprirlo? Abbiamo impiegato l’estate a promuovere la data, siamo andati nelle spiagge, ovunque, Ligabue ci prendeva in giro: “Avete fatto tanta pubblicità che in tutti i bagni pubblici del Nordest c’è la mia faccia!”. Poi all’Euganeo ha girato il live del suo spettacolo e questo ha promosso il concerto a grande evento: c’erano 25000 persone! Così è iniziata la nostra ascesa, ma in questo mestiere non sei mai arrivato. Un anno dopo altro sogno: l’Euganeo con una star internazionale, i Bonjovi, e poi Vasco Rossi”.

Dopo il Gran Teatro Geox. “Ci siamo accorti che in città mancava uno spazio per la musica pop, i musical non passavano per Padova perché non c’era un teatro adatto. Così ci venne questa idea di qualcosa di più, partiamo dal palazzetto di Conegliano che deve essere ristrutturato, il sindaco ci appoggia, promettiamo a “Striscia la notizia” di riaprirlo per novembre e manteniamo l’impegno con Antonello Venditti, Zucchero, Mengoni, i Simply Red. Presidiando Conegliano abbiamo indebolito la nostra concorrenza, ci siamo rimessi in gioco, abbiamo attratto un pubblico che veniva da Belluno, da Pordenone, era il crocevia”.

Ma mancava ancora qualcosa. “C’era sempre l’idea di investire per qualcosa di nostro. C’era l’occasione di far venire a Padova Gianni Morandi,sotto Natale, occorreva un posto dove montare la struttura per Capodanno e il Comune ci indica l’ex Foro Boario, dove non c’era niente, nemmeno la luce. Ma la tentazione è fortissima, Morandi tira, le date diventano tre per accontentare le richieste. L’allora sindaco Zanonato ci dà il via libera per il Palatenda, ma sempre nell’ex Foro Boario; prendere o lasciare. Ci veniva concessa l’area e noi dovevamo investire. Poi viene Baglioni, vengono i Porcupine Tree e a seguire i Simple Minds. Pensavamo a un’organizzazione capace di 200 eventi l’anno. Senza trascurare i grandi spazi naturali e artistici che il Veneto offre per la musica, specie di salotti estivi: da Villa Pisani di Strà a Piazzola sul Brenta. La nostra è una logica dei piccoli passi, siamo su suolo pubblico, ma la struttura è di nostra proprietà”.

Mestiere difficile. “Promuovere la musica e divulgare lo spettacolo dal vivo, per noi vuol dire mettere in scena la vita, il piacere, qualificare il tempo libero. E’ un mestiere difficile perché proponiamo qualcosa di impalpabile, ma che può avere la forza di un viaggio. E’ difficile perché è un’impresa legata ai condizionamenti della burocrazia e, oggi, soggetta anche alla paura del terrorismo. Noi seguiamo le regole che ci vengono date. Non è che perché c’è un biglietto da pagare la sicurezza deve essere differente? Noi abbiamo una tendostruttura che è l’unica in Italia ad avere il certificato di prevenzione incendi, tutto è trattato come un teatro. Siamo considerati una categoria eletta ma è anche un lavoro molto complicato, legato a variabili difficili da calcolare: spettatori, promozione, canali di vendita, tempo. E’ un lavoro che richiede risorse umane di livello. Andiamo a vedere tutte le arene al chiuso e al coperto del mondo per leggere in anticipo come sarà la nuova stagione artistica. Ci sono stati che dedicano attenzione e finanze all’organizzazione degli spettacoli dal vivo. In Italia non c’è ancora questa cultura” .

Musica come cultura quindi? “Spesso la musica pop è considerata cultura di serie B, invece la cultura non ha categorie. Siamo in un Paese che ha un’enorme offerta culturale. Portare la cultura nei grandi spazi artistici, come l’Arena di Verona, o nei parchi delle grandi ville significa abbinare lo spettacolo a spazi che rappresentano il nostro patrimonio culturale. Per esempio, ci piacerebbe realizzare un festival di musica jazz a Arquà Petrarca in uno dei borghi medievali più belli, un percorso di arte e di enogastonomia, di musica e di spettacolo dal vivo”.

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