Bufale: Facebook dice basta

Bei tempi quando la bufala era solo una buona mozzarella! Ad oggi è un termine – ahimè – utilizzato in riferimento alle false notizie che vengono diffuse principalmente sul web. Nel febbraio di quest’anno anche la Presidente della Camera Laura Boldrini aveva lanciato l’ashtag #BastaBufale proprio per contrastarne la diffusione. Questo fenomeno, come altri in rete, ha compiuto un suo percorso fino a delinearsi con i tratti che oggi conosciamo. Le bufale sono: informazioni, vengono studiate secondo specifici criteri, muovono un sacco di soldi.

Dopo il “liberi tutti” a cui siamo abituati in rete, Facebook viene indicato come non solo un luogo virtuale per tenersi in contatto con amici vicini e lontani, ma anche come fonte di diffusione e di scambio di informazioni. Il social network più famoso del mondo corre ai ripari e lancia forti segnali  prendendo una chiara posizione sui provvedimenti da attuare in materia.

Mark Zuckerberg dichiara – così come riportato da Wired Italia: “Siamo qualcosa di più di un semplice distributore di notizie. Siamo un nuovo tipo di piattaforma per il discorso pubblico, questo significa che abbiamo un nuovo tipo di responsabilità”.

Le prime sperimentazioni anti-bufale al di fuori degli Stati Uniti verranno fatte in Germania – quale miglior occasione per testare un procedimento di questo genere se non in un paese deve a breve ci saranno le elezioni federali. Nello scenario tedesco si era pure pensato all’introduzione di salatissime multe (centinaia di migliaia di euro) nei confronti delle aziende che non rimuovono una notizia falsa entro le 24 ore dalla pubblicazione.

Ma se sono così dannose, perché diventano virali? I motivi sono semplici: basta un click (che non costa nulla all’utente), talvolta fanno leva su argomenti particolarmente sensibili all’opinione pubblica o semplicemente destano la curiosità di chi legge. Sono un mix verosimile di fatti costruiti ad hoc sapendo bene che è molto difficile che ogni singolo utente controlli, notizia per notizia, le fonti della stessa. Ma anche nel caso in cui venga segnalata e ritirata, la bufala lascia comunque un sentore di amaro in bocca di chi legge e suscita reazioni di pancia che, anche se passeggere, scatenano rabbia, dubbio o risentimento. Della serie “il dado è tratto anche se si ritira la mano”. Ma quel che è peggio, è che spesso queste notizie screditano e diffamano. Non risparmiano nessuno. Muovono voti e capitali. Alcuni giornalisti e programmatori hanno addirittura pensato di dedicare la loro attività professionale e lavorativa proprio smascherando le false informazioni (definirle notizie sarebbe comunque un eufemismo) segnalate dagli utenti.
Zuckerberg però per contrastare concretamente il flow di falsità in modo capillare – intanto in Germania –  si rivolge proprio agli utilizzatori del social che potranno segnalare le notizie di dubbia derivazione che verranno inoltrate alle compagnie che hanno siglato l’accordo “Poynter’s International Fact Checking Code Principles” per essere verificate. Se verranno smentiti, gli articoli in questione verranno contrassegnati da un apposito marchio o segnale e accompagnato da una spiegazione di come si è arrivati alla smentita.

Questa reazione è decisamente un segnale decisivo: il giornalismo, settore decisamente tra i più colpiti dalle fake news, agli occhi degli utenti non diventa più “il cane da guardia della democrazia” ma rischia al contrario di apparire come il settore che fomenta rabbia e delusione dell’opinione pubblica, confondendola e sfiduciandola. Il giornalismo e il mondo della comunicazione in generale, sono mondi particolarmente esposti al cambiamento nell’era dell’informazione digitale. Anche perché, per quanto riguarda l’informazione online ci si trova di fronte a vuoti legislativi che non normano ancora tutti gli scenari possibili dell’informazione in rete. La deontologia professionale sul controllo delle fonti e sulle gravi conseguenze della diffamazione, è molto chiara agli addetti ai lavori, ma chi si trova nei panni del lettore non sempre ha l’opportunità di (ri)conoscere la falsità di un’informazione. Ecco perché la svolta di Facebook è di così rilevante portata: attraverso un procedimento di verifica innovativo e relativamente semplice, si riconferma “social” in virtù del fatto che l’utente, anche in questa fase, è attore attivo e coinvolto.

Sarà proprio lui a doversi interrogare e segnalare i falsi, stimolando la verifica dei fatti. Ma soprattutto è una svolta che educa. Educare alla tecnologia che si evolve e corre veloce, più della nostra capacità nel saperci dare il giusto peso e saperne fare un corretto e sano uso, è il risultato più auspicabile. Le bufale per la tecnologia, si traducono in uno dei primi probabili fenomeni di bug nell’evoluzione del sistema da correggere e colmare, influenzando così anche il comportamento e gli argomenti della rete stessa. Staremo a vedere come procederà in Germania. In curiosa attesa di quello che accadrà invece in Italia. Una cosa è certa: nel Bel Paese la bufala sta meglio sulla pizza, lontana dall’informazione.

Ilaria Ometto