La Cassazione su Facebook

Post denigratori, c'è diffamazione

«La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 del codice penale, poiché si tratta di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone». Questo è il principio ribadito dalla recentissima sentenza (n. 50/17) emessa dalla Corte di Cassazione. In sostanza, offendere qualcuno su un social network può portare all’accusa di diffamazione a mezzo stampa. L’avvocato Carlo Claps, presidente di Aidacon Consumatori (www.aidacon.it) è stato tra i pionieri in materia e ricorda quali sono le conseguenze di questo principio giurisprudenziale che ormai si sta consolidando: «La sentenza della Cassazione può avere notevoli risvolti pratici e sociali. L’utilizzo dei social network, se per alcuni aspetti rappresenta una grande opportunità di informazione, di comunicazione, nonché di condivisione di amicizie e conoscenze, tuttavia può essere fonte di rischi sia per la privacy, con l’utilizzo dei dati personali oggetto di commercio in rete, sia per i rischi di furto d’identità. Basti vedere l’eco e la diffusione mediatica internazionale che di recente ha suscitato il caso del suicidio della giovane Tiziana Cantone. La sentenza della Cassazione di pochi giorni fa apre nuovi scenari: da oggi i post denigratori vengono trattati come aggravanti del reato di diffamazione e possono comportare la reclusione in carcere fino a tre anni o al pagamento di ingenti somme nei confronti della persona offesa».

(n.s.)