“La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba. TANCREDI.Una retrospettiva”

Era fatale che la breve parabola esistenziale e artistica di Tan­­­credi Parmeggiani (Feltre 1927 – Roma 1964) si tra­sfor­mas­­se in mito. Un mito nato su­bito dopo la tragica morte del­­l’artista, avvenuta nel 1964, tanto che appena tre anni do­po, nel recensire una sua re­trospettiva a Ca’ Vendramin Ca­­lergi, Dino Buz­za­ti alludeva a un “mito di Tan­cre­­di”, al­lo­ra nascente ma in­gi­gantitosi negli anni assieme al­la sua for­tuna critica. An­che la retrospettiva, che si è aperta re­cen­temente alla Collezione Peggy Gug­genheim (chiuderà il 15 mar­zo 2017), si colloca in que­sto pro­cesso di mitizzazione del­­l’opera e della figura di Tan­cre­di, definito da Peggy Gug­­genheim «il miglior pittore italiano dai Futuristi in poi».

È da casa Guggenheim che nel 1952 comincia la grande av­ven­tu­ra artistica di Tancredi. «Gli promisi 75 dol­lari al mese in cambio di due gouaches» scrive Peggy Gug­gen­heim nel suo li­bro di memorie “Una vita per l’arte”. «Gradualmente evocò uno stile alla Pollock e poi fi­nal­mente ne sviluppò uno tut­to personale; era quello che in Ita­lia si chiama uno spa­zia­li­sta e le sue gouaches riem­pi­ro­no presto casa mia». In real­tà, grazie a Peggy, anche i musei e le case dei più im­por­tanti collezionisti americani cominciarono a riempirsi di ope­re di quel giovane artista italiano, bello, geniale e in­cli­ne alla follia. Quando nel 1957 il suo sodalizio con Peg­gy finirà, Tancredi non sarà più uno sconosciuto ma uno de­gli  artisti più noti e ricercati della scena artistica in­ter­­na­zio­na­le.

Questa attesissima retrospettiva di Venezia suggella il “ri­tor­no a ca­sa” di Tancredi, questa volta da protagonista. Con ol­tre novanta opere la mostra, curata da Lu­ca Massimo Bar­be­ro, ripercorre tutte le fasi della sua pittura, dai primi au­toritratti alle note “Primavere” dei primi anni ’50, per pro­seguire con le opere spazialiste e quelle “molecolari”, in cui Tancredi sviluppa una sua per­so­nalissima in­ter­pretazione pittorica della lezione di Pol­lock, filtrata at­tra­verso le raffinate alchimie della tra­di­zio­ne occidentale. Nel­l’ultima sezione della mostra sono rac­colte le opere de­gli anni ‘60, l’ultimo tormentato periodo d’attività del pit­tore, fra cui i tre dipinti del ciclo “Hiroshima”, ai qua­­li si richiama esplicitamente il titolo della mostra con una frase di Tancredi: “La mia arma contro l’atomica è un fi­­lo d’erba”.

di Aldo Andreolo

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