Lo spacciatore di spezie

E’ mia intenzione rimanere a Venezia durante l’inverno, probabilmente perché è sempre stata, oltre all’oriente, l’isola più verde della mia immaginazione” questo scrisse Lord Byron  in una lettera a Thomas Moore. I veneziani lo chiamavano “il pesce inglese” per le sue abili qualità natatorie. Si gettava dal suo palazzo sul Canal Grande raggiungendo a sontuose bracciate il Lido di Venezia. Ma il pesce inglese, quello vero salato ed essiccato, ha una storia molto più antica. Era fra le merci importate più richieste dal Regno d’Inghilterra, insieme all’uva passa. Artefice di questo approvvigionamento fu il più importante impero “da mar” di tutti i tempi: la Serenissima Repubblica di Venezia. Altro che Km zero, sbandierato come rimedio universale!

Venezia si riforniva dall’Oriente di zucchero, pepe, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, zafferano, prodotti usati in cucina e in farmacopea. Il ribes veniva da Patrasso, le prugne secche da Napoli, i datteri da Messina, la Malvasia da Candia, rabarbaro e confetti bianchi da Palermo. Gli acquisti internazionali avvenivano nei mercati di Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Aleppo e Damasco (antichissimi luoghi noti oggi per altri scenari drammatici). Nei documenti si parla anche di semenza di perle, proveniente dal Golfo Persico, triturata era corroborante e antidoto contro il veleno. Alcune spezie o droghe (dall’olandese droog secco, cosa secca) possedevano effettivamente effetti allucinogeni. La noce moscata, frutto della Myristica fragrans, ha due composti attivi simili alle anfetamine che causano euforia e alterazione della realtà. Molto gradita dalle nobildonne che la portavano al collo.

Il seducente mondo delle spezie è aperto a tutti i viaggiatori del tempo sino all’8 gennaio a Venezia, presso le sale monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana, grazie alla bellissima mostra: “Non solo spezie. Commercio e alimentazione tra Venezia e Inghilterra  nei secoli XIV-XVIII” organizzata dalla Delegazione di Venezia dell’Accademia Italiana della Cucina, in collaborazione con Biblioteca Marciana e Archivio di Stato. Un patrimonio archivistico e bibliografico inestimabile. In mostra documenti originali, incisioni, splendidi libri di ricette, lettere di ambasciatori, sovrani e regine. A questo proposito spicca la meravigliosa lettera di Elisabetta I del 1585, sulle limitazioni e i dazi imposti da Venezia, relativa al commercio delle uve passe. Ebbene si, gli inglesi erano ghiotti di uva passa delle Isole Ionie, la inserivano dappertutto. Per questo bene prezioso si aprirono conflitti e contenziosi, vere guerre commerciali per l’esportazione.

I viaggi di Fiandra rappresentavano la principale rotta commerciale, servita dalle mude, convogli di galee di proprietà pubblica, organizzati dallo stato veneziano già nel XIII secolo. Gli scali effettuati: Messina, Palermo, Maiorca, Gibilterra, Cadice, sino ai porti fiamminghi e a quelli inglesi con tappa a Londra. Tra l’Inghilterra e Venezia nasce una nuova armonia gastronomica, civiltà della raffinatezza, il cibo come storia, cultura, espressione sontuosa e aristocratica del piacere della tavola. Fioriscono trattati di gastronomia, molti stampati proprio a Venezia, un nuovo genere letterario sul bello e l’arte della cucina,  in definitiva tutto quello che crediamo di aver analizzato nel nostro millennio era già presente molti secoli fa. A farci capire che a volte “lontano è bello”, ci si mette anche “uno orribile e spaventoso naufragio”. Nell’aprile del 1431 il patrizio Pietro Querini salpa da Candia diretto in Fiandra con un carico di mercanzie. Le terribili condizioni del mare scaraventano l’imbarcazione verso le isole Lofoten in Norvegia.

Per i pochi marinai superstiti, un paradiso di uomini, donne bellissime e grossi pesci stesi ad essiccare al sole: il pesce bastone. E’ così che il nobile Querini dopo un piacevole soggiorno vichingo, porterà a Venezia con grandi onori lo stoccafisso. Prelibatezza senza tempo destinata a grande diffusione.

Straordinarie erano le accoglienze che la Dominante riservava agli  ambasciatori dei vari paesi e ai nobili forestieri, soprattutto a  Santo Stefano, San Marco e nel giorno della Sensa. Si cominciava all’Arsenale dove le maestranze costruivano un’imbarcazione in tempo reale. Conclusione con la regata solenne in Canal Grande, palcoscenico superbo e incantevole che nessun foresto può dimenticare.

La mostra della Marciana è una grande occasione per riflettere sulle dinamiche dei commerci nel mondo non globalizzato, sul valore dell’alimentazione che rischia di trasformarsi in una nuova religione. Come ha scritto Marino Niola nel suo strepitoso “Homo Dieteticus”: Così la nostra diventa un’alimentazione in levare. Senza uova, senza latte, senza sale, senza zucchero, senza carboidrati, senza lieviti. Ci troviamo nel bel mezzo di una guerra santa che ha nei guru delle diete i suoi Savonarola.

Da golosa inflessibile suggerisco di meditare sugli infiniti allarmi dietetici a volte sconfinanti nel terrorismo gastronomico, per arginare un futuro nel quale ci ritroveremo tutti a sniffare zucchero di nascosto perché severamente proibito dalla legge.

Elisabetta Pasquettin