Mirano e il Zogo de l’Oca, una città si mette in gioco

Arriva San Martino. Una volta era il giorno della disperazione o della gioia, i proprietari terrieri confermavano i contratti agrari o licenziavano i contadini. Se andava bene una famiglia aveva un anno di respiro: “A San Martin se veste el grando e anca el picinin”. Se andava male, si caricava tutto su un carretto e si partiva alla ventura o per l’emigrazione nel Sud America.

Era un tempo distante cento anni fa, un altro Veneto. Anche Mirano era un’altra Mirano, a lungo divisa dall’antagonismo tra chi abitava al centro e chi in campagna, tra la piazza e il resto del territorio comunale. Una divisione fatta di interessi, di cultura, perfino di lingua. Forse la piazza è rimasta a lungo simbolo dei padroni anche quando i padroni non c’erano più. Una volta si diceva “Contadini ‘so dai ponti” ed era come regolare i rapporti, tracciare una linea entro la quale muoversi nel rispetto delle regole imposte dal costume e dalla società. Oggi sono rimasti i ponti che portano alla piazza, non ci sono più i contadini.

Oggi San Martino è un dolce di pastrafrolla a forma di cavallo e cavaliere, colorato con confetti. Oggi San Martino è per Mirano il Gioco dell’Oca, la festa grande, il recupero della tradizione e, insieme, lo sguardo più attento verso il futuro. Nessuno vuol restare fermo al passato: “El ‘se indrio come eà coa del musso”, avvertiva un detto della campagna. Tutti vogliono andare avanti, unendo il gioco, i costumi, l’aria di mercato. Anche la buona tavola, perhé San Martino è pure il tempo dell’oca: “Chi non magna l’oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin”, diceva un proverbio. E un altro incalzava: “Chi magna l’oca a San Martin ga schei per tuto l’anno”, niente rima ma credenza rispettata.

La tradizione viene da lontano, c’è stato un tempo in cui le famiglie festeggiavano la chiusura dell’anno agrario proprio il giorno di San Martino, mangiando l’oca con castagne e vino. E c’era un’altra ragione: per secoli le grandi famiglie agrarie del Miranese erano ebree e l’oca è uno dei piatti di carne ammessi dalla loro religione. L’oca nell’economia delle famiglie ebree occupava lo stesso spazio del maiale per le altre famiglie: non si butta via niente, dalle piume alla carne, dal fegato alle zampe.

All’oca un gruppo di miranesi giusto trent’anni fa ha dedicato un gioco con i disegni del pittore Carlo Preti , una festa, una cena, una corsa delle oche che avanzano per 400 metri guidate da un accompagnatore che può indirizzarle solo con una bacchetta. Dieci anni dopo gli stessi miranesi hanno mantenuto viva la tradizione con il “Zogo de l’Oca” in piazza. Partecipa l’intera città, i giocatori sono gli abitanti. Sei squadre di dieci elementi che rappresentano il capoluogo e le cinque frazioni, una settima di ospiti stranieri. Si muovono su caselle dietro il lancio di dadi. Chi cade nella casella 58 “La Morte” perde tutto e ritorna alla partenza.

Attorno è stata ricreata l’atmosfera della festa paesana d’inizio Novecento.  S’alzano palchi e bandiere, sfilano figuranti in costume, sventolano bandiere tricolori con al centro lo stemma dei Savoia, si ristampano copie della “Domenica del Corriere” con le copertine di Achille Beltrame. I Carabinieri in vecchie divise e alte lucerne controllano che i prezzi del vino e del cibo non superino quelli fissati dal Decreto Municipale affisso in bacheca. Gli atleti e gli acrobati hanno divise ispirate a quelle dei vecchi calciatori. Miss Oca viene eletta con l’applausometro. Svetta su tutto l’albero della Cuccagna alto dodici metri.

Il gioco ripercorre la storia della città, con i suoi monumenti, le ville, la sala da biliardo e le osterie. Il gioco è lo specchio e la storia di una città antica e moderna, seria e goliardica, laboriosa ma anche capace di trovare il tempo per divertirsi. La città è cresciuta ma non ha mai smarrito la dimensione dell’uomo. Per questo gli abitanti continuano a riconoscersi nella città, nelle grandi e nelle piccole cose.

Mirano come segnale per un territorio vasto e molto simile, per il destino sull’acqua, per il biancore delle case, per il verde dei giardini. Come segnale di un passato da rispettare e di cui essere orgogliosi e di un futuro nel quale entrare da protagonisti. San Martino come tramite tra ieri e domani. Castagne, vino rosso e futuro. E oca per sognare di avere schei tutto l’anno.

 

di Edoardo Pittalis

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