Il Capitano della mia anima

“Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.” William Ernest Henley

Il Veneto è un paesaggio dell’anima, e il suo capitano è probabilmente un mediano di mischia. Nelson Mandela intuì perfettamente che il rugby avrebbe unificato una nazione uscita da anni di apartheid, convincendo la sua gente ad amare questa disciplina allora  prerogativa dell’elite bianca sudafricana. Vinse la Coppa del Mondo nel 1995. Evento indimenticabile seguito da 2 miliardi di persone nel mondo, ben 150 paesi.

C’è un po’di quel mitico Sudafrica nella nostra regione, nel luglio del 1993 infatti arrivò sulle rive del Piave, Joel Stranski, voluto dall’allora Panto San Donà, il talentuoso mediano d’apertura portò la formazione a successi leggendari (sul Rovigo al Battaglini, contro il Benetton Treviso in casa). Passano due anni, Joel tornato nella sua terra è tra i protagonisti della finale per la Coppa del Mondo, vera battaglia tra Springboks e All Blacks. Ai supplementari piazza lo strepitoso drop che fa tremare lo stadio di Johannesburg chiudendo trionfalmente la storica partita.

Quando si è amici nel rugby si è amici per la vita ha detto il grande mediano tornando nel 2014 nei luoghi della sua gloriosa formazione definendosi, come Hemingway, “un ragazzo del Basso Piave”. Il Veneto da sempre ha la prerogativa di esaltare i valori etici di questo sport: famiglia, solidarietà, fare gruppo, stare insieme, è forse tra le prime regioni in Italia a comprenderne le potenzialità sociali, nei tempi in cui il gioco risultava armoniosamente incomprensibile e qualcuno lo chiamava Rebby o Ruby.

La prima tessera rilasciata dal Rugby Club Treviso risale al 1929 (per la cronaca del signor Roberto Secoli). Nel 1935, uno studente di medicina porta da Padova il primo pallone ovale a Rovigo, città pionieristica che regala allo sport uno dei più grandi atleti italiani: Mario Battaglini “Maci”. Sin dagli esordi la Federazione investe sulla formazione scolastica, come nei college inglesi, il rugby diventa una scelta formativa, nel Collegio Universitario Antonianum nasce il Petrarca Rugby, il Liceo Classico Marco Polo di Venezia promuoverà una nuova leva di giocatori importanti, le mischie vanno forte anche negli istituti del trevigiano dal Filippin, al PioX, al Brandolini.

Nel Veneto tuttavia, il rugby non diventerà mai uno sport elitario, prese e placcaggi saranno invece patrimonio di tutte le classi sociali: operai, contadini, studenti universitari, povera gente e figli di papà. A San Bortolo, quartiere popolare di Rovigo, Maci Battaglini gioca con l’ovale assieme ai figli degli operai, in luoghi dove è impossibile mettere insieme il pranzo con la cena. E’in questo Veneto policentrista e benestante, povero e affamato che i destini degli uomini si mescolano creando fantastiche alchimie. Come in un paesaggio mai uguale a se stesso, disegnato da fiumi, laghi, colline, montagne dolomitiche, sabbie dorate, così nel rugby convivono fisicità diverse (giocatori da 2 metri e 8 cm e 1metro e 64), tutte prioritarie per il raggiungimento della meta. Anche se nel rugby non ci sono nemici, ma avversari, l’antagonismo e le rivalità campanilistiche sono dei punti di forza da sempre. Treviso, Rovigo, Padova, Venezia una guerra di campanile elaborata da clamorosi insulti fa da colonna sonora negli stadi (i rodigini diventano bifolchi contadini, gli aquilani sollevatori di zolle). L’aspro confronto si chiude felicemente con il terzo tempo, imperdibile occasione per mangiare e bere con il tuo miglior nemico. Ecco perché non esistono recinzioni tra tifoserie ma solo appassionati, spettatori competenti, famiglie con bambini, la percentuale di scontri o disordini praticamente nulla, paragonata al calcio.

Sport patrimonio di tutti, lo intuisce anche il mondo imprenditoriale che sottoscrive felici alleanze sponsorizzando negli anni società con un palmarès invidiabile tra scudetti e Coppa Italia.

Il medico greco Galeno raccomandava vivamente uno sport, precursore del rugby, l’harpastum, di origine spartana e diffuso in ambiente romano. Scopo primario, conquistare la palla nel corso di mischie affollate per portarla nella linea avversaria, consentito ogni tipo di placcaggio. Molto simile, anche il calcio fiorentino del rinascimento, il tutto svariati secoli prima dell’inizio ufficiale nella cittadina inglese di Rugby.

Tornando a Johannesburg, Joel  Stranski ha confessato che non ha più la maglia della vittoriosa finale in Coppa del Mondo, ma conserva gelosamente quella del San Donà. Stregato dal Piave e dal Veneto.

di Elisabetta Pasquettin

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