Da Livorno alla Laguna

“Quel corteo sul Canal Grande, nella location più spettacolare e irripetibile del mondo, la festa dei tifosi, il calore di una città che aveva aspettato quello scudetto per 74 anni. La forza di un gruppo. Tutte cose che non dimenticherò mai, che mi hanno ripagato di tanti sacrifici, che mi hanno restituito l’orgoglio del basket. Mi hanno perfino fatto dimenticare l’amarezza di uno scudetto perduto in una finale non troppo limpida da giocatore, con i colori del Livorno. Rifarei tutto, non solo perché il basket è la mia vita, ma perché la Umana Reyer ha meritato tutto questo e merita anche altro e spero che verrà”.

Walter De Raffaele allenatore della Reyer campione d’Italia, è un livornese di nemmeno 50 anni, con un passato da buon cestista in A e, come ha appena detto, uno scudetto sfumato. Dal 2001 fa l’allenatote, ha iniziato con gli Juonires del Livorno che ha portato al titolo nazionale nella prima stagione. Nella Reyer è dal 2011 come vice, prima di prendere in mano la prima squadra ereditata da quel mostro sacro del basket che è Recalcati, tre scudetti con tre squadre diverse, il record di vittorie in A,526, primato strappato proprio a Tonino Zorzi.

De Raffaele si è raccontato ai Rotary riuniti di Mestre nei salone dell’Hotel Russot, incalzato dalle mie domande come direttore de http://www.ilsestantenews.it. Ad affiancarlo l’amico medico Fulvio Di Tonno col quale De Raffaele ha tenuto alcune conferenze nell’ambiente medico sul tema del rischio nello sport.

Cosa ha significato vincere con la Reyer lo scudetto atteso per 74 anni? “Una gioia incredibile, ma è stata una stagione perfetta nella quale abbiamo fatto pochissimi errori in un ambiente protetto da una grandissima tifoseria, con un presidente che è il primo tifoso sotto ogni aspetto. Con una società che ha saputo creare le condizioni per farcela. La Reyer ha quasi 300 soci ognuno dei quali ha dato il suo contributo, piccolo o grande, a volte grandissimo, senza il quale una squadra non avrebbe mai potuto farcela. Qui si sono create le condizioni ideali per il miracolo. Anche per dimostrare che la provincia può ancora farcela pure contro le capitali, contro i giganti. Del resto basta guardarsi attorno nel basket di oggi: è la provincia ad aver dimostrato la crescita maggiore, da Venezia a Sassari, da Reggio Emilia a Trento”.

Quali avversarie vede ora come le più pericolose? “Il grande pericolo resta Milano, la squadra ha potenziale enorme, risorse illimitate, ha uomini con esperienza e qualità. Sì, l’avversario vero è Milano, per chiunue e non credo fallirà ancora”.

Ora voi siete campioni italiani in carica, primi in classifica a punteggio pieno,  primi nel girone di qualificazione champion’s…..“E’ vero, siamo partiti alla grande, il gruppo ha funzionato a dovere, abbiamo messo a punto la lezione del campionato appena concluso e l’esperienza di una squadra che ora sa come muoversi. Ci mancava questa esperienza internazionale, siamo maturati in fretta. Certo fare il giro del mondo per giocare non è una cosa facile, sovrapporre impegni nemmeno, ma siamo una squadra campione e dobbiamo essere in grado di farlo”.

Il ruolo del pubblico del Taliercio? “Insostituibile e non soltanto in casa. Lo si è visto nel girone finale per lo scudetto e nelle gare decisive, per concludere con quella di Trento. Come si dice, è stato l’uomo in più. Ma è sempre stato così. Il Taliercio, però, non basta più. Abbiamo dovuto rinunciare a una platea europea più prestigiosa proprio perché il Palazzetto è ormai largamente insufficiente. Non c’è futuro senza una struttura adeguata e in grado di sostenere pubblico e squadra come si vede. Ma questo è un problema che riguarda tutte le strutture sportive di Mestre e di Venezia. Il basket Mestre in serie C deve giocare a Trivignano. Il Mestre calcio in serie C deve andare a giocare a Portogruaro perdendo gran parte del suo pubblico e lo stesso Venezia calcio in B non può continuare in uno stadio vecchio e sempre più limitato”.

Come è cambiato il basket negli ultimi anni? Più fisicità o più tecnica? “Sicuramente più fisicità. Il basket si è fatto molto più veloce, richiede doti fino a ieri non richieste, ma non può prescindere dalla tecnica. E’ uno sport scientifico, anzi il più scientifico degli sport. Chiede preparazione, staff adeguati, nuove figure professionali. Spirito di gruppo, ma anche capacità di capire i problemi, di creare unione. Di assumersi ognuno le proprie responsabilità”.

De Raffaele alle domande, risponde che ha imparato tutto da Recalcati, racconta come ha creato il gruppo vincente, di come campioni maturi si siano adattati agli schemi e di come i giovani si siano adattati al campione esperto. Ha parlato di Brugnaro e del suo modo di essere presidente e tifoso, delle speranze.

Ha parlato anche della sua vita privata: sposato, tre figlie, la più grande appena maggiorenne (“E già mi preoccupa il fatto che voglia subito prendere la patente!”), la moglie che lo ha raggiunto negli ultimi anni con la famiglia, che spesso cucina per i giocatori che all’improvviso il marito le porta a casa. In pratica il gruppo è nato anche così.

C’è ancora chi ricorda le partite nella Scuola Nuova della Misericordia, la squadra veneziana era forse la sola al mondo a giocare ina scuola del Cinquecento disegnata dal Sansovino. Aveva un fascino unico irripetibile.

La Reyer vinse due scudetti di fila nel 1942 e 1943. E’ strano ma proprio in quei giorni terribili di guerra, lo sport di Venezia ha toccato i punti più alti: due titoli nel basket o pallacanestro perché non si potevano usare in autarchia parole straniere, ed ecco palla ovale, palla a volo, perfino calcio balilla. La Coppa Italia nel calcio e uno scudetto sfiorato e poi vinto dalla Roma. Era il Venezia di Valentino Mazzola e Loik.

La Reyer, che vinse uno scudetto battendo la Mussolini Parioli nella quale giocava un certo Vittorio Gassman, aveva il suo asso in Sergio Stefanini detto “Caneon”, ala inimitabile, sette scudetti in carriera (ha giocato nella Olimpia Milano e anche in Brasile nella Fluminense), quattro volte miglior marcatore, un centinaio di partite in azzurro, argento agli Europei del 1946 (nello stesso anno anche il primo scudetto della Reyer femminile).

Tra alti e bassi la storia è continuata. Faccio due nomi, uno è di un giornalista famoso Nantas Salvalaggio che ha giocato in prima squadra Reyer nei primi anni ’50. L’altro è di un fuoriclasse assoluto, Dalipagic col quale negli anni ’80 la Reyer risale nel grande basket.

Quando lo sport funziona in una città, in una regione, vuol dire che si sono rimessi in moto l’economia, la spinta propulsiva, l’identità culturale. E’ stato un anno magico: la Reyer scudetto, il Venezia calcio in serie B, il Mestre calcio in serie C. Un cerchio perfetto che si chiude. Con una differenza: il calcio ha bisogno di due squadre quasi a specchiare due città, al basket basta una squadra.

Gian Nicola Pittalis