Partita tra ragazzini finisce in rissa: ora il processo

Calcio e violenza. Un binomio che non si riesce a slegare. Dagli Hooligans, al celeberrimo motorino lanciato sugli spalti di San Siro, fino alle più recenti e tragiche morti di tifosi coinvolti in situazioni che possono essere definite “guerriglia urbana”.

L’errore commesso dai non appassionati è pensare che la violenza si accompagni al calcio esclusivamente in concomitanza di grandi eventi. Chi segue le serie minori, e non solo le partite di serie A, sa invece che il problema della violenza pervade il mondo del calcio fino alle serie dilettantistiche. Ma non solo. Anche una partita tra ragazzini, i cui unici tifosi sono i genitori che li accompagnano, può sfociare in episodi di brutalità.

E’ successo, stavolta, sugli spalti dello stadio di Martellago. Dico stavolta, perché gli episodi di genitori, fratelli o amici che perdono pazienza e autocontrollo per una partita tra ragazzini giovanissimi (talvolta bambini) non è un fatto così raro come potrebbe pensare chi non frequenta le scuole-calcio.

L’episodio in questione risale al maggio 2010: allo stadio di Martellago si sta giocando un triangolare tra squadre giovanili. Nonostante l’evento dovrebbe essere un gioco, una festa, se volete un momento educativo, sugli spalti c’è tensione. Si sta giocando Mestre-Martellago e un genitore della squadra mestrina sta incitando la squadra del figlio. Un tifo eccessivo a detta dei genitori della squadra avversaria che chiedono all’uomo di calmarsi. A quel punto interviene il figlio maggiore dell’uomo (all’epoca diciannovenne) che si scaglia contro i genitori dell’altra squadra. In particolare contro uno di loro. Gli sferra un pugno in pieno volto. Il risultato è che l’uomo si ritrova con una rottura dell’orbita oculare, lesione che gli determina conseguenze permanenti e visibili sul volto.

Scatta la denuncia e si va a processo. Le versioni divergono. Il padre e il figlio mestrini dicono che l’uomo li aveva pesantemente insultati. Quest’ultimo nega e sostiene di essere intervenuto come paciere. Il processo è ora giunto alle battute finali: il 9 luglio è in programma la discussione e dovrebbe arrivare alla sentenza.

A prescindere da quella che sarà la decisione del giudice, la vicenda offre uno spaccato del nostro paese, in particolare della nostra cultura sportiva, calcistica. Ci si stupisce dei delinquenti che lanciano motorini sugli spalti, delle tifoserie avversarie che prima delle partite si danno appuntamento in parcheggi per darsele di santa ragione. Si additano questi “tifosi” come ultras scatenati che nulla hanno a che spartire con lo sport. Vero, verissimo. Ma queste frange, questi pseudo-tifosi non vengono fuori dal nulla. Sono figli di una “cultura” sportiva per cui: «Vincere è l’unica cosa che conta», come recita il motto della squadra più titolata d’Italia. Gli eventi sportivi diventano quindi luogo dove sfogare frustrazioni e pulsioni represse.

Come si può pensare di cambiare questa “cultura della violenza sportiva” se non partiamo dal basso? Cosa possono imparare dei ragazzini che stanno GIOCANDO a calcio vedendo il loro padre, amico, fratello che fa una rissa sugli spalti? Non penseranno, forse, che quello sia un comportamento normale e consono ad una partita di calcio? Se non ci si impegnerà per modificare questa anti-cultura sportiva, non ci si stupisca se in futuro vedremo altri motorini piovere dalle gradinate di uno stadio.

 

Matteo Riberto