Quando il Venezia sognò lo scudetto

Quando si giocava a pallone sull'acqua

Almeno una volta il Venezia è stato a un passo dallo scudetto, l’ha proprio sfiorato. Forse poteva farcela, più che il campo contò,  per molti aspetti, la politica.: la Roma del Fascismo e del centro del potere contava molto di più  della Venezia del pure influente Giuseppe Volpi conte di Misurata. La squadra neroverde un anno prima aveva conquistato la Coppa Italia con la quale è entrata nella storia del calcio italiano.

Erano anni difficili,  bui; anni di guerra. Campionato 1940-1941, il calcio serve a dare ancora una parvenza di normalità in un paese che ha milioni di soldati sparsi tra Europa e Africa, che subisce i bombardamenti delle città, che incomincia a vedere traballare le illusioni e a mettere in discussione la dittatura dopo vent’anni.

Il Venezia del calcio ha qualche ambizione e uno stadio a Sant’Elena rifatto da poco e in grado di ospitare più di ventimila spettatori. La squadra si è rafforzata, sono arrivati il terzino Piazza e l’attaccante Pernigo, soprattutto c’è una coppia di centrocampisti destinata a fare la storia del calcio azzurro. Sono Valentino Mazzola e Ezio Loik.

Loik è un fiumano, viene da tre anni nel Milan dove lo avevano giudicato  più diligente che importante . Ha 21 anni, il Venezia gli offre la grande occasione. Mazzola è un lombardo arrivato nella città lagunare in divisa della Regia Marina. Anche lui ha 21 anni, si presenta al Venezia palleggiando scalzo, il pallone di cuoio scuro ha allacciature che lasciando segni sui piedi nudi. Palleggia in quel campo dove sembra di giocare il calcio quasi nell’acqua, ai confini tra la terra e il mare. Il marinaio ha tanto talento che gli comprano subito le scarpe e, secondo la leggenda, lo acquistano dall’Alfa Romeo, terza serie, con cocomeri, peperoni, scarpe e magliette.  Soldi spesi benissimo, il giovane Venezia si fa strada tra i giganti e arriva fino in fondo nella Coppa Italia. L’avversario in finale è la Roma che ha i punti di forza nel portiere Masetti e nell’attaccante Amedeo Amadei detto il “fornaretto” perché da ragazzo faceva il fornaio, il più giovane giocatore di sempre a segnare a meno di 16 anni un gol in serie A; il più giovane ad avere esordito.

A Roma finisce 3-3 con tripletta proprio di Amadei, a Venezia il 15 giugno 1941, basta un gol di Loik per chiuidere la partita e regalare alla squadra lagunare il primo storico trofeo della sua storia. Ecco la formazione: Fioravanti; Piazza, Di Gennaro; Tortora, Puppo, Stefanini; Alberti, Loik, Pernigo, Mazzola, Alberico.

E’ lo spunto per crescere e l’allenatore Rebuffo, che applica il sistema inglese, punta molto sull’adattamento di due attaccanti come Loik e Mazzola a compiti di mezzeali. Ai gol pensa Pernigo (con 45 reti sarà il marcatore veneziano di sempre in serie A); il blocco difensivo è tanto solido che il ct della Nazionale pensa quasi di trasferirlo per intero in azzurro.

Lo scudetto non è più un sogno, il campionato per l’Associazione Fascista Calcio Venezia parte così bene che non ci sarebbe da meravigliarsi se i lagunari arrivassero al titolo.  Il tricolore della Coppa sul petto regala una forza inaspettata, Pernigo va a segno quasi con facilità imbeccato da Loik e Mazzola, per buona parte del torneo i veneziani sono in testa. Si giocano tutto proprio al Penzo contro la Roma nelle battute finali, si mette bene perché l’arbitro fischia un rigore che ci sta tutto, ma il Venezia lo sbaglia, poi sbanda e viene battuto. E’ il momento chiave, la squadra di Rebuffo non riesce a recuperare, non basta battere in casa la Juventus con tre gol,  la Roma gode in giro di qualche aiuto di troppo, il tanto che basta a mantenere 3 punti di vantaggio sul Venezia. E’ il primo scudetto della squadra della Capitale, l’ultima grande occasione per i veneziani che sbaraccano e vendono al Torino Loik e Mazzola per una cifra altissima per i tempi.

Con i due nuovi il Torino si appresta a diventare il “Grande Torino”: vince subito lo scudetto, l’ultimo prima dell’interruzione, riprenderà a guerra finita con una serie record. La squadra più forte del mondo finirà in un aereo schiacciato contro la collina di Superga in una notte di maggio del 1949. Tutti morti, metà di quella squadra gigantesca nel talento e nella sfortuna veniva dal Nordest: da Mazzola e Loik a Grezar, Menti, Maroso, ai due fratelli di Chioggia, Aldo e Sergio Ballarin.

Quello scudetto soltanto sfiorato, ha segnato nel bene e nel male la storia del Venezia. Molte ambizioni, spesso sbagliate, sono legate a un sogno irraggiungibile. Molte sfortune, non sempre inevitabili, sono legate a un atteggiamento vittimistico incominciato proprio in quell’occasione. Certo ci sono state anche vicende nelle quali il Venezia non è stato trattato proprio bene e avrebbe meritato più comprensione e almeno un trattamento adeguato.

Come nel 1966 col Venezia ritornato dopo tanto tempo in A. E’ l’anno dell’alluvione, dell’Aqua Granda  che minaccia di travolgere la città, di cancellarla per sempre. Si contano i morti nella regione, si contano i danni nella città più fantastica e più fragile del mondo. Venezia è sommersa, spettrale, livida, come l’acqua che la ricopre e il cielo che sta sopra.  In quell’acqua affondano anche le speranze del Venezia Calcio, è l’ultima volta in serie A per trent’anni.

Nonostante la tragedia, il campionato non deve bloccarsi e domenica 6 novembre 1966 quasi tutto si svolge regolarmente, compresi la “Domenica Sportiva” e la schedina del Totocalcio. Solo la Fiorentina, che avrebbe dovuto giocare in casa, è stata esentata: gara da recuperare. Il Venezia no, tra mille difficoltà la squadra è costretta a partire per Cagliari, in pullman fino a Milano, in aereo per la Sardegna. I giocatori arrivano in ritardo, sfiniti, in campo non c’è storia, 4-0: due gol di Gigi Riva,  reti di Boninsegna e Greatti. Non era bastato far arrivare in laguna il peruviano Benitez e il goleador argentino Pedro Manfredini detto “Piedone” anche se calzava scarpe numero 39. Entrambi erano nella fase discendente della carriera. A tenere alta la bandiera e a segnare i gol è un ragazzino dal grande nome, Ferruccio Mazzola, figlio di Valentino: sarà per anni l’anima battagliera della squadra neroverde.

Edoardo Pittalis