5 motivi per il Sì all’Autonomia Mestre-Venezia

Mestre – Venezia: Come promesso da http://www.ilsestantenews.it, su suggerimento dell’Associazione Mestre Mia, analizziamo insieme i motivi per il si e per il no dell’autonomia tra Mestre e Venezia. Questa volta per il si tocca a Cesare Peris, spetta a Cesare Peris, portavoce veneziano di tutti i comitati che sostengono il sì al referendum accorpati, insieme a quelli della terraferma, nel neonato “Coordinamento per il Sì“.

1) Venezia e Mestre, due Comuni. Quali sono i vantaggi? ”Una risposta compiuta a questa domanda necessita prima una breve retrospettiva rispetto alla situazione in cui versano attualmente le nostre comunità di Venezia e di Mestre. Allo stato attuale, è evidente che stiamo immersi in un paradosso urbano di due città che più diverse non potrebbero essere, tenute forzosamente assieme inizialmente sulla base di una visione di sviluppo industriale, il teorema volpiano della “grande città”. Morta l’industria, tale teorema è sopravvissuto per motivi di esclusiva opportunità politica ma senza più alcuna vera strategia per governare i diversi destini che si andavano configurando per Venezia e Mestre. Questa generale incapacità strutturale di “vedere” il futuro e di governarlo di conseguenza ci ha condotto al punto di compromettere, forse irrimediabilmente, Venezia e Mestre quali “luoghi di comunità” per asservirli infine alla speculazione della monocultura turistica. In che modo allora l’autonomia di due Comuni potrebbe far fronte ad una situazione già abbondantemente compromessa ? La riflessione fondamentale da cui parte il Comitato per il SÌ è l’assoluta necessità che le due comunità siano finalmente governate da amministratori legati il più possibile al territorio che li elegge. Ciò non significa affatto che gli amministratori devono essere anche nativi o residenti; preconizzarlo prima che illegale sarebbe anche stupido. Al contrario, avere i migliori amministratori sulla piazza ma che rispondano del loro operato direttamente agli elettori omogenei ai problemi da affrontare: il moto ondoso non è la pista ciclabile. Il cambiamento di governance, che riteniamo quanto mai necessario ed urgente, parte anche dal fallimento a cui è stata condotta l’esperienza avviata con le Municipalità, un progetto che è stato prima minato dall’interno e che poi si è fatto collassare, in barba ai dettami più elementari di democrazia e di partecipazione”.

2) Il referendum fino ad oggi è invece sempre fallito. Perché questa volta dovrebbe andare diversamente? “È incredibile come da più parti si sorvoli sul fatto oggettivo che le ragioni per cui moltissime cittadine e cittadini hanno radicalmente cambiato idea sul tema dell’autonomia (compreso il sottoscritto) siano in primo luogo le tante, inappagate promesse che sono state fatte in occasione dei precedenti quattro referendum. Voglio ricordare solo l’ultimo, che fu disertato dall’elettorato anche perché il Sindaco allora in carica dichiarò che con la Città Metropolitana in arrivo, non avrebbe avuto poi alcun senso non dotare finalmente Venezia, Mestre e Marghera di una specifica autonomia municipale. Una visione galvanizzante, cui fece quasi subito seguito una grande disillusione. Non è affatto necessario chiedersi cosa da allora sia cambiato: la risposta sta sotto gli occhi di tutti: Venezia è lasciata in balìa della sua trasformazione in “fabbrica turistica”, senza freno e senza ritegno. Nell’indifferenza locale, regionale e nazionale la sua morte  trascina con sé l’estinzione una millenaria civiltà anfibia, ciò che la rende unica al mondo. D’altro canto, non si può certo dire meglio di Mestre, “l’invisibile”, senza mai un ruolo vero in un disegno strategico riconosciuto e riconoscibile, che non sia quello della periferia di Venezia, ieri industriale-abitativa e oggi turistica. Perché quindi, potendo votare, dovrebbe vincere il SI al referendum ? Perché siamo convinti che si sia instillata  nelle persone, di qua e di là del ponte, la sensazione che dopotutto ci sia una speranza da opporre ad un affarismo rampante che sostituitosi alla politica pare governare il tutto. Una speranza concreta, che sia possibile un destino diverso da quello, moralmente e forse anche economicamente miserabile, a cui paiono  condannate le nostre due comunità. Sì, è una speranza forte di volontà di riscatto, l’ultima, e cresce di giorno in giorno anche tra coloro che, pur avendone vantaggi, saviamente comprendono che il punto di rottura è drammaticamente vicino”.

3) C’è il pericolo che Mestre arretri a sobborgo anonimo? “Ci pare evidente che le scelte compiute coerentemente con il teorema della “grande città”, ci lasciano oggi Mestre, e in genere la terraferma veneziana, in una condizione di totale invisibilità. Qualcuno in passato ha anche parlato giustamente di una “identità profonda di Mestre”, ma costruita su quali basi culturali e sociali?  In realtà semplicemente oggi Mestre “non esiste” è “trasparente”. È da questo paradosso concettuale, cioè essere “non luogo” e continuamente volersi “città”, che noi vogliamo uscire attraverso il Comune autonomo, e vogliamo uscirci in fretta perché ben sappiamo, tutti lo sanno, cosa deve essere Mestre: una Città. Non più un dormitorio, non più un parcheggio ma una Città, con tutte le carte in regola per giocarsi fino in fondo il ruolo di capitale della Città Metropolitana. Con l’autonomia noi scommettiamo prima di tutto sulla nascita di una coscienza e di un orgoglio collettivo che conduca la comunità mestrina a spezzare definitivamente l’idea della dipendenza psicologica da Venezia, che assuma nelle mani il suo futuro e il “coraggio di governarsi”. Esiste certo una forte interdipendenza con Venezia, specie lavorativa ma anche culturale e sociale; ma perché mai questi profondi legami dovrebbero costituire un ostacolo? Mestre è nata Città, solo dopo la si è voluta periferia e ha smarrito sé stessa. Sta ai mestrini dunque recuperare ciò che è stato ingiustamente sottratto alla loro comunità. Ci rendiamo conto, infine, che è ancora abbastanza ostico per i veneziani residenti in terraferma l’accettazione di un’autonomia di Mestre. Ebbene è venuto il tempo di dire con chiarezza che voler mantenere a tutti i costi la residenza nel “Comune di Venezia” è diventato, oggi più che mai, il mezzo migliore per causare la morte definitiva della città cui tanto si è legati. Per sopravvivere a noi e arrivare ai figli e ai nipoti, le nostre Città hanno invece bisogno di amministratori che siano totalmente concentrati solo ed esclusivamente sui loro specifici bisogni”.

4) La Città Metropolitana può essere una risposta? “Anteponiamo un dato: nella Città Metropolitana convivono attualmente ben quarantaquattro Comuni, dei quali trentacinque sotto i ventimila abitanti ! Se si guarda da questa prospettiva, è evidente che la volontà di taluni di non riconoscere a Venezia e Mestre una loro autonomia ha radici sostanzialmente diverse rispetto alle millantate, e tutte da provare, economie di scala. Le ragioni che stanno a monte sono tutte e solo squisitamente politiche e che, appunto perché devono comporre interessi diversi, non sono esplicitate direttamente ma camuffate con argomenti che poco resistono ad una seria disamina. Venezia è altra cosa rispetto anche al Veneto, e lo è sempre stata fino alla sua storia più recente; lo è per l’oggettiva diversità urbanistica e per la specialità di cure e di manutenzione che questa Repubblica le assegna; aspetti peculiari che hanno impellente necessità di essere gestiti in modo radicalmente diverso rispetto ad una terraferma che è fortemente omogenea a sé stessa. Se dunque si parte con il passo giusto, cioè con Venezia e Mestre Comuni autonomi, la Città Metropolitana ha probabilmente in sé grandi potenzialità, che avranno però bisogno di molto tempo per esprimersi, non senza difficoltà anche nell’omogeneizzazione locale (si pensi alle effettive contiguità di relazione oggi esistenti fra un abitante di Cavarzere e uno di Portogruaro). Viceversa, se con Venezia e Mestre ancora unite, si amplificherebbe ulteriormente lo sfacelo della città lagunare (cui in realtà manca ormai molto poco) e si accentuerebbe l’assalto speculativo su Mestre (cui assistiamo in questi mesi, camuffato da “sviluppo possibile”). La base di partenza di ogni discussione sta nella suddivisione in due Comuni autonomi, che poi con estrema naturalezza ritroveranno all’interno della Città Metropolitana, effettivamente funzionante, le sinergie e le collaborazioni necessarie per il governo unitario dei problemi comuni. Anche volendo poi entrare nella prospettiva della PaTreVe, il discorso non cambia di una virgola”.

5) La questione delle grandi navi turistiche. “Sin dall’inizio, lo sviluppo legato alle grandi navi turistiche è stato affrontato con la solita, classica e devastante visione del puro sfruttamento della “risorsa Venezia”, nell’utopica visione, date le circostanze ambientali, di un possibile continuo “sviluppo” e “crescita”. Siamo peraltro ben consapevoli che questo sistema economico abbia nel tempo generato non pochi posti di lavoro legati all’indotto, come siamo altrettanto consapevoli che altri posti di lavoro potrebbero essere messi in discussione al prevalere della tesi del “porto turistico” rispetto a quella del “porto industriale”. Dunque nel più totale rispetto per tutti i posti di lavoro che orbitano attorno al porto di Venezia, siamo coscienti che, preso dal punto di vista del flusso turistico, l’impatto delle grandi navi costituisce effettivamente un dato ancora trascurabile rispetto all’enorme massa che invade Venezia. Al momento ciò che prevale infatti, anche nel dibattito nazionale e internazionale, sono: la questione della salute degli abitanti (di Venezia ma anche di Mestre), messa a rischio dalle emissioni dei fumi di scarico; della conservazione fisica della città sottoposta a pressione idraulica dal transito di stazze lorde incompatibili; della preservazione dell’ambiente lagunare con improponibili progetti di scavo o di “rettifica” dei canali portuali. Per quanto ci consta, l’unica soluzione ad oggi individuata dagli organi competenti riguarda il porto offshore alla bocca del Porto di Lido, del quale però recentemente si son perse le tracce. Un fatto però è certo, anche se non è un argomento attinente al referendum, si dovrebbe iniziare a livello politico a sostituire il concetto di “crescita dei traffici portuali” con “compatibilità degli stessi con i veneziani e con i mestrini”. Porto e aeroporto, che appartengono allo Stato o ai privati e servono un bacino d’utenza di dimensioni extraregionali, sono volani di sviluppo che al territorio che li ospita, questo territorio dichiarato “patrimonio dell’umanità”,  non lasciano che poche briciole. Ecco, su questo la Città metropolitana un colpo lo potrebbe battere”.

Gian Nicola Pittalis