Autonomia e PD in Maggioranza

Un'opportunità da cogliere

Con i venti di scissione che affliggono (o forse rigenerano il PD), le cose nel Veneto ancora una volta stanno in modo diverso che nel resto del Paese. In Regione, se la sinistra del partito lo abbandona, il PD perderà una parte del peso politico (e negli affari) che da tempo esercita atteggiandosi a “opposizione amica” piuttosto che a possibile alternativa. Il PD veneto più “renziano”, invece, somiglierà ancor di più a quel “centro” che governa da oltre vent’anni il Veneto.

Tra l’altro senza che i giovani leader “rottamatori” siano riusciti a imporsi. La crisi del PD veneto non dipende dalla presunta incapacità della classe dirigente contro cui è facile prendersela, soprattutto se non se ne fa parte. Il problema è che manca una base elettorale ampia e allargabile che si riconosca nel programma di un partito che non riesce a essere diverso da chi già governa. Il motivo risiede nella storia e nella geografia politica e sociale di una regione in cui lo scontro sociale non è mai stato aspro per la mancanza di popolosi centri urbani, di grandi imprese e per il ruolo mediatore della Chiesa.

Tuttavia, se il PD perderà la sua sinistra, si apre la possibilità di lavorare per formare una giunta in coalizione con le forze centriste e abbandonare una Lega che è sempre meno “Nord” e sempre più nazionalista e romana. Con uno slogan (non elettorale per carità!) si potrebbe dire che il PD passerà da “opposizione amica”, qual è oggi, a “maggioranza critica” di domani. Ma potrebbe persino acquisire un ruolo di vera leadership qualora prenda l’iniziativa politica di farsi esso stesso promotore dell’inclusione del centro destra. Così come sta succedendo a Padova e in altri Comuni, sia pure tra mille contraddizioni.

Candidati coraggiosi alla segreteria regionale hanno l’occasione di promuovere questa piattaforma politica. Inoltre l’operazione può essere pensata anche in funzione della questione dell’autonomia e del referendum. Se il PD veneto, anche in seguito all’eventuale scissione, abbandonasse l’ostracismo verso l’autonomia (ufficialmente contro il referendum), utilizzerebbe un tema politico efficace per rimescolare le carte della politica regionale nella quale è da sempre perdente. Porrebbe una pressione anche sulla Lega chiamata a decidere (e magari a dividersi) tra Lega nazional-nazionalista Melon-Salviniana e Lega Veneta.

Le prove di questa operazione – più o meno conscia – si stanno già facendo nelle numerose città che a primavera andranno al voto. Se la dirigenza regionale sarà autorevole avrebbe tempo per contribuire a gestire situazioni che procedono in modo scoordinato. In tutto questo il grande assente sembra essere il Movimento 5Stelle che nel Veneto, salvo eccezioni, non ha ancora raggiunto le percentuali nazionali. Se in qualche modo il M5S si rinforzasse – soprattutto a danno della Lega e degli scissionisti di sinistra – e raggiungesse i livelli nazionali, l’operazione si renderebbe ancora più agevole poiché renderebbe indispensabile un’alleanza del PD con il centro e quella parte della destra presentabile.

D’altra parte questa evoluzione seguirebbe quanto sta succedendo in tutto il mondo occidentale dove il bipolarismo classico tra socialisti e liberali s’è esaurito. I contendenti d’un tempo s’alleano contro i populismi, in parte confusi e in altra promotori di esigenze a cui la vecchia politica non sa dare risposta. La vittoria di Trump negli Stati Uniti ha imbaldanzito – se mai ce ne fosse stato bisogno – i movimenti populisti europei, quasi tutti ispirati da idee di estrema destra. Alla base del loro successo stanno il nazionalismo, l’intolleranza per le diversità, la creazione di panico per nemici immaginari, l’egoismo e una visione confusa dell’economia che da una parte invoca una drastica riduzione delle imposte e dall’altra una presenza incisiva di uno Stato provvidenza.

L’anomalia italiana è la presenza di due movimenti di protesta radicale: l’estrema destra di Salvini e Meloni da una parte e il Movimento 5Stelle a cui si comincia a riconoscere il rango di una possibile alternativa. I pentastellati, pure radicalmente contrari all’attuale establishment, non sono né violenti né sovversivi delle istituzioni e dei valori fondanti della nostra società. Tant’è che in Europa hanno tentato un accostamento all’ALDE, fallito all’ultimo momento a causa di maldestri comportamenti da una parte e di sciocche chiusure dall’altra. Un PD veneto centrista, ma non allineato a quello nazionale sulla questione dell’autonomia potrebbe vincere una leadership politica in un momento di grandi cambiamenti. E soprattutto indirizzarli nel verso più opportuno.

Corrado Poli