Io avvocato: ricevo una donna maltrattata ogni settimana

Un avvocato per le donne

Venerdì ricorre la Giornata mondiale contro la violenza sulla donna.

Ogni anno se ne parla eppure i reati contro le donne aumentano. Donne che temono di essere maltrattate, giudicate, abbandonate, donne senza un euro in tasca, vittime di aggressioni fisiche, verbali che hanno conseguenze devastanti, sia su di loro, sia sui figli, sia su di noi. La testimonianza, la denuncia rimane la prima tutela. Avere il coraggio di alzare la testa, rendendosi consapevoli che gli unici che devono abbassarla sono i molestatori, gli aggressori, gli aggressivi, i violenti.

Noi de Il Sestante abbiamo intervistato l’avvocato Mariangela Semenzato, 43 anni, di Noale. Opera nel foro di Venezia, di casi come questi ne riceve uno a settimana.

Avvocato, cosa fare in simili situazioni? “Credo che l’opera più significativa in termini di prevenzione ed educazione vada fatta, sul lungo periodo, con l’ istruzione e la formazione a livello individuale e sociale, puntando soprattutto su un’azione nelle scuole fin dall’età primaria. Anche tra i bambini più piccoli è facile osservare l’esistenza di pregiudizi o preconcetti relativi a ruoli maschili e femminili. L’influenza di un’azione culturale in questo ambito può essere considerata fondamentale”.

Perché le donne hanno sempre più paura di reagire? “In realtà le donne hanno sempre più coraggio di reagire e denunciare. Persistono degli ostacoli, soprattutto culturali ed economici che condizionano fortemente la scelta di una donna di denunciare un’aggressione o una situazione di maltrattamento, soprattutto se in ambito familiare. Da un lato temono di subire rivalse o rappresaglie da parte di chi le maltratta, dall’altro temono di essere isolate, abbandonate, giudicate delle poco di buono dai familiari o dalla comunità. Spesso vivono sentimenti di profonda vergogna e senso di colpa e tendono a colpevolizzarsi per l’accaduto, fanno fatica a diventare consapevoli che il maltrattamento non è una punizione legata a un loro modo di essere bensì un comportamento problematico del maltrattante, il quale semplicemente prende a pretesto qualsiasi occasione per poter dare corso ai propri impulsi aggressivi.  unnamed-1

Inoltre, spesso queste donne non dispongono di risorse economiche sufficienti a garantire loro l’ autonomia economica dal loro aggressore, che molto spesso è il compagno, il marito, il padre o il fratello, figure dalle quali spesso dipendono sul piano concreto. Il problema diventa ancora più grave quando queste donne hanno dei figli, perché si innesta il più grande dei timori e cioè quello di perdere l’affido o la presenza dei loro bambini. Non vi è ricatto più pesante nei confronti di una donna che dirle: “ti porterò via ai figli e non li rivedrai mai più”. Si tratta di una molestia morale che ha un effetto paralizzante e che rende queste persone succubi di situazioni di violenza che si protraggono fino allo stremo della sopportazione”.

Lei segue vicende di donne che sono state maltrattate, violentate, aggredite, donne che non hanno saputo resistere alla prepotenza dell’uomo, donne denigrate in famiglia e nel loro lavoro. Cosa dire a queste donne? “La denuncia e l’ allontanamento dell’aggressore comportano scelte di enorme responsabilità e di netto cambiamento, che sicuramente le esporranno a sostenere una battaglia molto impegnativa. Ma non si troveranno sole a combatterla, oggi gli operatori qualificati e coraggiosi disposti ad affiancarle sono numerosi. Mi riferisco a noi professionisti ma anche alle forze dell’ordine che operano con competenza e abnegazione spesso impagabili.

La denuncia resta comunque la prima forma di tutela, perché rompe il silenzio che costituisce la più grande protezione per il maltrattante che, finché resta nell’anonimato, continua ad agire indisturbato.

Quali sono i segnali che fanno intendere che l’uomo possa essere violento? I segnali che dovrebbero allertarci sono forme di gelosia o di controllo incessanti ed immotivati, come ad esempio il controllo del cellulare o dell’uso dei social network, richieste di spiegazioni rispetto alle amicizie, agli spostamenti, agli orari, all’abbigliamento da utilizzare. Anche il controllo del denaro, il ritiro dello stipendio o il razionamento del reddito prodotto dalla stessa donna è una forma di controllo diretta a renderla sempre meno autonoma e dipendente dal compagno. Aggressioni verbali eccessive ed ingiustificate e, a maggior ragione, la tendenza a mostrarsi fisicamente aggressivo, a minacciare, ad estendere parole e gesti aggressivi a familiari o altre figure esterne alla coppia, tutti atteggiamenti che tendono a presentarsi tutti insieme, in un tempo relativamente breve e che devono mettere in allarme su possibili sviluppi aggressivi della relazione”.

Quanto l’indipendenza della donna è importante? “Direi che è fondamentale nell’ottica di potersi sempre garantire la possibilità di una scelta alternativa”.

 Perché la donna rinuncia al proprio lavoro? “Di certo le possibilità occupazionali si sono ridotte nel ultimi anni sia per le donne che per gli uomini. Mi spiace osservare che nella nostra società le donne sono ancora valorizzate in base al loro aspetto fisico, alla giovane età o peggio alla possibilità di conquistare uno status sociale ed economico grazie al legame affettivo con un uomo. Mi dispiace vedere che l’ obiettivo di molte donne più o meno giovani, anche incoraggiato da una certa cultura familiare e sociale, rimanga quello del cosiddetto “buon matrimonio”. Invece di perseguire l’autonomia e la competenza professionale, le donne ancora oggi sono spinte verso un ideale che identifica la loro affermazione con banali immagini di bellezza fisica ricchezza o disponibilità economica. Sembra che pochi ricordino che non sempre tutte le relazioni sono equilibrate e durano per sempre e che quando scoppia la crisi quella che era una compagna benestante e vezzeggiata si trasforma rapidamente in una cenerentola senza neanche un euro in tasca per mettere il carburante a macchina. Un altro elemento non trascurabile è il fatto che con la maternità molte donne sono costrette ad abbandonare il lavoro per seguire i figli e difficilmente riescono poi a reinserirsi”.

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Quante donne italiane segue maltrattate e quante straniere? “Sono quasi tutte donne italiane e non saprei dirle di preciso quanti siano i miei incarichi attuali. Posso dire che ne ricevo almeno una nuova ogni settimana. Alcune non le ho mai incontrate, magari si sono limitate a delle richieste di informazioni perché poi non hanno avuto il coraggio di denunciare”.

Quali sono i casi più denunciati? “Sono casi di maltrattamento domestico che sono ancora moltissimi purtroppo”.

Fa fatica a far dire tutto a queste donne? “Quando queste donne si rivolgono a un legale o alle forze dell’ordine, di solito sono determinate a proseguire nella scelta di difendersi e tutelarsi. Hanno fatto un percorso interiore di maturazione che le ha portate a chiedere informazioni e ad attivarsi per se stesse e per i loro figli. È vero che non è così semplice, soprattutto all’inizio, instaurare un dialogo. Sono persone profondamente ferite ed è comprensibile la loro difficoltà a fidarsi di qualcuno. Va anche detto che una delle conseguenze di questo tipo di violenze è proprio la difficoltà che le vittime hanno a identificare i gesti e le forme di violenza vissuta, all’inizio sembrano essere in uno stato di confusione quasi totale .Tuttavia, oltre alla sensibilità del singolo professionista o agente di polizia o carabiniere, va detto che ci sono tecniche consolidate che rientrano nella formazione degli operatori più qualificati, i quali hanno cura di predisporre un ambiente e un approccio favorevoli ad una comunicazione ottimale”. 

 Quali sono le percentuali di essere tutelate? “Tutte le vittime ricevono ascolto e tutela. La fase preliminare alla raccolta della denuncia consente a un operatore esperto di rendersi conto se vi siano effettivamente presupposti per una querela fondata e per eventuali richieste di misure cautelari”.

 Come la legge e lo Stato difendono le donne che decidono di ribellarsi? “Attualmente abbiamo un sistema normativo e cautelare che possono definirsi abbastanza soddisfacenti. Il differenziale, in termini di efficacia, è dato dalla rapidità di risposta da parte dell’autorità giudiziaria, influenzata dalla gravità della situazione rappresentata ma anche dal carico di lavoro degli uffici giudiziari.

Un altro elemento di sicura importanza è il fatto di rivolgersi a operatori e/o professionisti qualificati, che sappiano che tipo di strumenti azionare o consigliare alle vittime. Un dato positivo è l’ esistenza di numerosi sportelli e servizi informativi ai quali le donne possono rivolgersi per essere indirizzate in questo percorso. In questo senso dovrebbe aumentare, a mio avviso, la consapevolezza a livello collettivo, che è necessario vincere i propri timori e rendersi disponibili a testimoniare, se si è al corrente di alcune situazioni, sapendo che una testimonianza potrebbe salvare la vita a una mamma, a dei bambini, evitando tragedie che spesso restano coperte da silenzi. Purtroppo molte volte tocchiamo con mano l’indifferenza di possibili testimoni, che evitano di aiutare persone delle quali conoscono bene le difficoltà, per il timore di subire conseguenze negative. Gli organi di informazione auspico vorranno sensibilizzare sulla necessità di mettersi a servizio del prossimo anche sotto questo punto di vista, sapendo che la testimonianza è un dovere al quale non ci si può sottrarre e che eventuali pressioni o contingenze negative potranno sempre essere segnalate all’autorità giudiziaria e alle forze dell’ordine.

 Viene applicata in genere la pena all’uomo? La pena viene applicata sempre. Dipende però da quale pena e in quanto tempo”.

 È prevista una eventuale forma di protezione per una donna che si ribella e ha paura? “Esistono delle case protette dove vengono ricoverate le donne in grave stato di pericolo che non abbiano alternative residenziali, a esempio da parenti o amici. Questa è una delle strade sicuramente da percorrere e va potenziata perché i rifugi non sono tanti, mai quanti ne servirebbero. La carenza di fondi in questo contesto è quasi cronica. Tuttavia questa soluzione non è l’unica.
Tutti gli operatori che da molti anni lavorano e si confrontano su queste tematiche stanno riconoscendo che purtroppo lo strumento repressivo, legato prevalentemente al sistema penale, alle denunce, alle misure cautelari, alle condanne, non è sempre sufficiente a risolvere il problema. Un problema legato a comportamenti ad alta probabilità di recidiva. C’è la necessità di intervenire a livello relazionale, con percorsi seri, basati su protocolli elaborati in base a esperienze anche internazionali, che rieduchino sia l’autore di questo tipo di reati, sia la vittima.

Esiste poi il problema della violenza assistita, cioè le gravissime conseguenze subite da minori, figli di famiglie che maltrattano e che sono le vittime silenti e ancora troppo poco considerate anche a livello di conoscenza mediatica. Abbiamo tutti il dovere di ricordare non solo le donne maltrattate o il tema del femminicidio, perché il maltrattamento domestico purtroppo produce conseguenze che vanno molto al di là delle lesioni fisiche. Una violenza che è in grado di causare ai figli di queste coppie danni psicologici, emotivi e relazionali. Dei danni che pagheremo tutti”.

Serenella Bettin

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