Banche venete a Intesa San Paolo, vince la legge del più forte

Con un comunicato Intesa Sanpaolo ha reso chiare le sue richieste per comprare la parte sana di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le condizioni sarebbero estremamente favorevoli. Un epilogo probabilmente cercato da tempo da Ca’ de Sass. Che comunque rimane l’unica banca di sistema in circolazione

Dopo tante indiscrezioni è arrivata la posizione ufficiale. Intesa Sanpaolo è effettivamente disponibile a rilevare, a prezzo simbolico, la parte sana di quelle che abbiamo imparato a conoscere come le “due banche venete”, ossia Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Dire parte sana è dire poco. Nel comunicato emesso dopo il cda Intesa detta le condizioni: tutta l’operazione non potrà intaccare né il coefficiente patrimoniale, Cet1, né la propria politica di dividendi (solo poche ore prima Mediobanca aveva ipotizzato che l’operazione avrebbe ridotto il dividendo da distribuire del 90 per cento). Come potrà arrivarci?

Togliendo dalla parte sana non solo le sofferenze, le inadempienze probabili e le posizioni scadute, ma anche riservandosi di filtrare i crediti in bonis considerati ad alto rischio. Non solo: parte delle attività potrebbero essere dismesse, vale a dire le “partecipazione e altri rapporti giuridici considerati non funzionali all’acquisizione”. L’operazione è comunque ben lontana da una soluzione.

I passaggi sono moltissimi, anche perché rispetto allo schema seguito finora, cioè una risoluzione portata avanti seguendo le regole della direttiva europea Brrd, si cambia spartito. Dopo che è caduta la richiesta della Commissione europea che dei soggetti privati mettessero 1,2-1,25 miliardi di euro, che avrebbero permesso la ricapitalizzazione precauzionale a cura dello Stato, la strada sarà quella della liquidazione coatta amministrativa (Lca). Strada che, dal punto di vista italiano, può avere dei vantaggi: una procedura del genere potrà essere gestita da Mef (per il decreto) e Banca d’Italia.

Uscirà di fatto di scena la Bce, mentre rimarrà in campo la Commissione europea, attraverso la Dcomp guidata da Margrethe Vestager, per verificare la presenza di aiuti di Stato. Con questa strada vengono meno alcuni margini di manovra nella gestione delle attività garantite dalla Brrd, ma si eviterà il bail-in: a essere azzerati saranno gli azionisti e i possessori di bond subordinati ma non i possessori di bond senior. Lo sbocco è la divisione delle banche, con la creazione di una bad bank, in cui far confluire tutti i crediti deteriorati, e di una good bank. Non essendo più in gioco Atlante, sarà lo Stato a intervenire direttamente, probabilmente attraverso delle garanzie.

Meglio però usare il condizionale e mille cautele, perché un ok dalla Commissione europea, se arriverà in presenza di un intervendo diretto dello Stato in una bad bank (impensabile fino a pochi mesi fa), dipenderà da molti dettagli, come i valori di conferimento degli Npl nella stessa bad bank. Se si pensasse che tutto è già stato pensato e discusso con Bruxelles si sarebbe fuori strada.

C’è poi un secondo passaggio, tutto politico. Questo intervento dello Stato non si può fare attingendo ai 20 miliardi a suo tempo destinati alle ricapitalizzazioni precauzionali. Serve un nuovo decreto, che andrà convertito entro 60 giorni dal Parlamento. Chi segue da vicino la vicenda pensa che sia questo il passaggio più delicato, con un Pd su cui pesano le vicende del papà Boschi e di Consip e in un clima da resa dei conti in una maggioranza sempre più fragile e vicina alle elezioni.

Se anche le cose andassero in porto, c’è da riflettere su come interpretare la piega che hanno preso gli eventi nelle ultime due settimane. Le interpretazioni sono almeno due. Una è più benevola verso Intesa. Parte dal presupposto che il sistema bancario italiano non è stato più in grado di reagire alle richieste di Bruxelles. Dopo i prelievi di sangue non solo delle varie ricapitalizzazioni, ma anche degli interventi a supporto del fondo di tutela interbancario prima e poi di Atlante, i vari istituti di credito hanno risposto picche a una richiesta pur relativamente modesta, di 1,2 miliardi di euro. La stessa Unicredit, che dopo l’ultimo aumento di capitale vede le fondazioni italiane in posizione marginalissima, non si è detta disponibile a entrare in tandem con Ca’ de Sass dentro le due venete. Quindi non rimaneva che Intesa, la quale oggi ha tre caratteristiche: ha i conti molto in ordine, ha un marchio forte, al punto da poter far resuscitare quelli compromessi di Pop Vicenza e Veneto Banca (che tali sarebbero rimasti probabilmente anche in caso di rebranding) e soprattutto è l’unica banca di sistema rimasta.

Ma ci sono interpretazioni molto meno benevole. Basta dare un’occhiata al tono di un commento per gli investitori diffuso da Mediobanca. «Il nostro modello “plug and play“ conferma che se rimanessero tali condizioni, questo porterebbe a una crescita dell’Eps (utile per azione) del 6%…o a un accordo quasi troppo buono per essere vero…primariamente per Intesa Sanpaolo ma anche per le banche italiane che avrebbero altrimenti dovuto sopportare i costi materiali delle perdite. La situazione rimane ambigua e sarà probabilmente confermata nei prossimi giorni, con la principale ambiguità che pende su chi alla fine pagherà il conto della banca, ossia o lo Stato (i contribuenti) o il fondo di risoluzione/fondo di garanzia dei depositi (banche)».

Un’altra interpretazione meno benevola parla di un calcolo fatto da Intesa, che ora raccoglie i frutti della strategia. È stato scientifico, è il ragionamento, aver detto, da parte del Ceo di Intesa Carlo Messina e del presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, che Ca’ de Sass non avrebbe messo neanche un euro nelle due banche. Senza il primo passo della banca più forte italiana non si sarebbero mosse neanche quelle gregarie, e così in effetti è stato. Poi è stata questione di tempo. Con il passare delle settimane la sfiducia nelle due banche venete si è aggravata, qualsiasi attività commerciale si è bloccata. Intesa ha avuto gioco facile a presentarsi al governo come l’unica banca solida rimasta sul mercato italiano. Sulla base di questa posizione di forza, ha potuto permettersi richieste molto più favorevoli: sì acquisto a un euro, ma anche impegno a fare aumenti di capitale negli anni successivi per 7 miliardi di euro.

Con l’arrivo di Intesa, in ogni caso, i tagli saranno in ogni caso molto più pesanti di quelli previsti dai piani precedenti delle due venete, perché non si tratta più di integrare due reti ma tre: c’è anche quella della stessa Intesa Sanpaolo, che avrebbe quindi la possibilità di fare tagli nelle proprie filiali nel Nord-Est. Tirando le somme, Intesa si ritroverebbe in posizione dominante sul mercato veneto con il minimo sforzo.

Di certo, quale delle due interpretazioni si voglia sposare, c’è il fatto che il sistema bancario italiano deve fare i conti con la presenza di un solo soggetto di sistema. Il suo ruolo è diventato quasi egemone. Basti pensare ai vari fatti di cronaca finanziaria dell’ultimo anno. Intesa ha vinto la battaglia per Rcs, dove sosteneva Urbano Cairo contro la cordata Bonomi supportata da Mediobanca. Ha vinto la gara per l’acquisto dell’Ilva. Si è proposta, in un’altra lotta con il mondo Mediobanca-Unicredit, come il campione nazionale che avrebbe garantito l’Italianità delle assicurazioni Generali. Ha fatto sentire forte la voce dei privati sull’impossibilità di mettere altri soldi in Alitalia. Il rapporto con gli ultimi governi sembra simbiotico. Vista in questi termini, il finale a cui si sta assistendo sulle banche venete sembra scontato.

Dott. Vincenzo Lovino