Bartali: la vittoria che fermò la guerra civile

Settant’anni dopo si discute ancora se la vittoria di Gino Bartali al Tour de France del 1948 abbia avuto una funzione taumaturgica per smontare in quei giorni la rabbia di rivolta provocata dall’attentato contro il segretario del Pci Palmiro Togliatti. L’Italia tra luglio e agosto corse il rischio di una guerra civile, a tre anni esatti dalla fine della guerra mondiale. Pochi mesi prima, in aprile, c’erano state le elezioni che avevano dato la maggioranza assoluta alla Democrazia Cristiana.

Certo Bartali compì una grande impresa sportiva, di quelle che restano nella storia e,  fatto ancora più sorprendente, il campione toscano ottenne la vittoria a dieci anni esatti di distanza dal suo primo Tour. Sicuramente si può dire che quel successo contribuì a riportare nel Paese la normalità.

Le date sono importanti. Il 15 luglio le piazze in Italia si scatenano in molte città, con morti e feriti, dopo l’attentato a Togliatti. Lo stesso giorno in Francia, sulle Alpi, sulla salita dell’Izoard che sembra non finire mai, nella tappa più lunga e più dura, Gino Bartali sbaraglia tutti , semina gli avversari e passa con 8′ di vantaggio su Bobet, il francese in maglia gialla. Il giorno prima Bartali aveva visto i giornalisti italiani andare via perché c’era stato l’attentato. La sera in albergo, giornata di riposo, lo aveva chiamato al telefono il presidente del Consiglio De Gasperi e gli aveva chiesto: “Pensa di poter vincere il Tour? E’ meglio se vince, in Italia c’è una gran confusione”.

Così Bartali, che ha 34 anni, si mette alla caccia della maglia gialla e non si ferma fin quando l’ha raggiunta e resa irraggiungibile. Infila una serie mostruosa di vittorie, il 16, il 18 e il 23 arriva primo al traguardo.

Gli italiani apprendono le notizie dalla radio perché in quei giorni non escono i quotidiani per lo sciopero. La vittoria di Bartali diventa un’emozione collettiva. Si racconta che lo stesso Togliatti in ospedale abbia chiesto cosa stava facendo Bartali del quale è tifoso.

E’ la prima vittoria sportiva internazionale dell’Italia  a dieci anni di distanza dal titolo di campione del mondo di calcio. Orio Vergani sul “Corriere della Sera” descrive con entusiasmo Bartali che ha “fatto vestire la Francia di tricolore, con il bianco della lealtà, il rosso del coraggio e il verde del lavoro”.

E’ soprattutto la stampa cattolica che esalta questo ruolo miracoloso. Carlo Trabucco sul “Popolo”, il quotidiano della Dc, scrive chiaramente di una “corsa protetta dalla Madonna”. Bartali è già una leggenda sportiva, il Papa gli manda un telegramma: “Il Santo Padre Vi invia le Sue congratulazioni con i suoi devoti sentimenti, accordandovi la Sua benedizione”.

Non si conosceranno, se non dopo la morte, la sua attività di staffetta partigiana e il suo ruolo determinante per la salvezza di molti ebrei, per questo sarà inserito da Israele tra i Giusti delle Nazioni.

E’ l’estate della rivincita dello sport italiano. In agosto da Londra arriva una notizia che riaccende l’orgoglio nazionale: “Adolfo Consolini vince per l’Italia l’Olimpiade del disco con metri 52,78”. A un metro esatto di distanza l’altro italiano Giuseppe Tosi, medaglia d’argento.

Sono i primi Giochi Olimpici dopo la guerra, il mondo è completamente cambiato, Usa e Urss se lo sono diviso in sfere d’influenza, l’eclissi del vecchio continente sembra quasi totale, separato com’è da quella che chiamano “cortina di ferro”. L’Europa del 1948 non è né prospera né stabile e Londra è quasi la sede obbligata dei Giochi, un modo di sottolineare la forza di una nazione che pure è in grossissime difficoltà economiche.  La capitale, una città da 7 milioni di abitanti, è per metà ricoperta di macerie. Ma gli inglesi vogliono anche dimostrare a loro stessi che il tempo dei sacrifici è finito.

Partecipano 4104 atleti (390 donne) di  59 nazioni, dieci in più rispetto a Berlino nel 1936. Gli italiani sono 182 (19 donne). Rinunciano per mancanza di fondi Romania, Bulgaria e Israele. Giappone e Germania sono stati esclusi perché Paesi aggressori; l’Italia è stata ammessa non senza polemiche. La Russia di Stalin non c’è perché ufficialmente i Giochi sono “uno strumento per distogliere i lavoratori dalla lotta di classe”. Sono le prime Olimpiadi trasmesse in diretta televisiva.

In atletica gli Usa conquistano 11 titoli su 24. S’impone la classe del cecoslovacco Emil Zatopek,  uno dei più grandi atleti della storia. Nei 10 mila metri fa fermare il cronometro sotto la mezzora ed è la prima volta, corre a più di 20 chilometri orari. Lo chiamano “uomo cavallo” per i suoi scatti nervosi e potenti e per il modo con cui avanza scrollando la testa. Ha fatto tutta la guerra, come moltissimi partecipanti ai Giochi. La guerra ha tolto a tanti gli anni migliori, li ha riempiti di paura, fame e prigionia.

La protagonista femminile è l’olandese Fanny Blankers Koen, 30, detta la “mamma volante” perché tra una gara e l’altra allatta la figlia. Vince 4 medaglie d’oro nei 100 e 200 piani, nella staffetta 4×100 e negli 80 ostacoli.

L’Italia chiude nella parte alta del medagliere con 8 ori, 11 argenti e 8 bronzi. Più della Gran Bretagna. Fanno la parte del leone gli Usa, segue a sorpresa la Svezia. L’uomo simbolo della Nazionale italiana è il discobolo Adolfo Consolini, 31 anni, veronese, cinque fratelli tutti contadini. Per farlo allenare i tecnici della Bentegodi devono pagare un bracciante che lo sostituisca nei campi. E’ un gigante che al suo paese chiamano “Maciste”; dal 1941 al 1959 è il più forte discobolo d’Europa, capace di tre record mondiali. Sarà lui alle Olimpiadi di Roma nel 1960 a leggere il giuramento degli atleti. Si ritirerà a 45 anni, dopo centomila lanci ufficiali.

Edoardo Pittalis