Cosa fare in questi tre mesi per il Parco Colli?

A seguito delle proteste della popolazione e dei Sindaci, la Giunta regionale prende tempo e si concede 90 giorni per modificare la planimetria del Parco Colli Euganei. In sostanza, potrebbe succedere che l’emendamento Barison-Berlato di ridurre considerevolmente l’area protetta venga solo posticipato a seguito delle proteste dei cittadini e di gran parte dei Sindaci. La scusa è la proliferazione fuori controllo dei cinghiali.

L’opportunità vera è accontentare da una parte gli speculatori edilizi e dall’altra i cacciatori. Questi due gruppi, tra loro così diversi e in contraddizione, fanno fronte comune perché rappresentano il passato. Da soli sono politicamente sconfitti tra l’opinione pubblica. Insieme confidano su qualche potente costruttore (speculatore, come s’è visto ad Abano) e sui voti di pochi (ma concentrati) cacciatori in via di estinzione. Il muro di proteste ha ritardato il provvedimento. Ma se tra tre mesi saremo allo stesso livello di conoscenza del problema e di mancanza di proposte alternative, non si potrà che ripetere un’altra sterile protesta, come ormai si fa da troppi anni.

Cosa fare in questi 90 giorni? Il Consiglio regionale dovrebbe richiedere l’immediata nomina di una Commissione scientifica qualificata che offra soluzioni aggiornate ed efficaci. Alcuni problemi – non solo i cinghiali – sono stati lasciati crescere per gravi mancanze nell’azione di ricerca e sviluppo che era stata indicata come una delle funzioni basilari del Parco Colli e delle aree protette in genere. Ci se n’è dimenticati completamente. Tra le proposte delle leggi regionali di riforma degli enti parco era stata prevista l’abolizione dei Comitati Tecnico Scientifici di ciascun parco, sostituiti da un’unica commissione di alto profilo che avrebbe operato in tutta la Regione. Questa commissione accreditata dovrebbe essere nominata prima di procedere alla ridefinizione del Parco. Dovrebbe essere composta almeno da uno zoologo (competente sui cinghiali e sulle altre specie protette e/o infestanti), un forestale, un ecologo, un urbanista e altri studiosi, coordinati da un esperto di scienze del territorio.

Sarebbe in grado di indicare soluzioni che Berlato e Barison (e nessuno tra consiglieri, assessori e sindaci) conoscono. Non è una colpa! Semplicemente fanno un altro mestiere. Ma per gestire un’area protetta e il territorio in generale, la buona politica richiede dosi equilibrate di chi (a) fornisce una visione di lungo periodo; (b) politici che trovano il consenso tra gli elettorati e infine di (c) tecnici in grado di risolvere i problemi pratici particolari a un livello superiore. Ora si continua a lasciare tutto in mano a politici, burocrati o tecnici operativi del dettaglio i quali non sanno nemmeno quali potrebbero essere le competenze più elevate, figurarsi se le sanno utilizzare. La ricerca e la cultura sono sparite dalla gestione delle aree protette: sarebbe l’occasione di riproporle. Tre mesi sono sufficienti per dare indicazioni programmatiche e se diventassero quattro non sarebbe una tragedia di fronte ad anni di inerzia.

Corrado Poli