Democrazia diretta Il referendum a 5 Stelle

Il referendum di Mira
L’Amministrazione uscente di Mira lascia ai suoi cittadini in eredità la possibilità di celebrare referendum comunali senza limiti di quorum per la validità. Per sentimento, prima ancora che con la ragione, ritengo che le istituzioni di democrazia rappresentativa, vadano rinforzate e rese autorevoli. Ma senza il potenziale ricorso alla democrazia diretta, quella rappresentativa rischia di diventare regime. L’iniziativa del Comune di Mira aveva gettato nel panico alcuni commentatori conservatori, sprovveduti o di parte! Nonché i partiti del secolo scorso. Nel paventare pericoli gravissimi per un presunto immobilismo decisionale o per la confusione (come se oggi filasse tutto liscio) hanno perso l’occasione per riflettere con serenità e senza faziosità.

Per indire il referendum comunale a Mira servono 1600 firme. Anche la Riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre agevolava la celebrazione dei referendum nazionali: in effetti prevedeva un quorum, ma lo rapportava al numero dei votanti delle precedenti elezioni se si raccolgono almeno 800mila firme, cioè circa un quarto in proporzione di quelle previste a Mira. La riforma governativa – malauguratamente bocciata almeno su questo punto – concedeva qualcosa alle istanze dei referendari indignati dalle sciagurate campagne a favore dell’astensione. Invece le obiezioni alla nuova opportunità offerta ai cittadini di Mira furono ridicole poiché motivate dalla paura di perdere consensi e sollevate al solo scopo di denigrare il Sindaco e il Movimento 5 Stelle. Qualcuno ha sostenuto che, senza quorum, pochi elettori potrebbero deliberare per tutti, ma s’è dimenticato di comprendere che se votano in pochi, bastano anche pochi per opporsi! Dicevano che basterebbero piccole lobby per bloccare l’attività amministrativa. Ma non possono essere così piccole per raccogliere 1600 firme e, se si è contrari e si ha consenso, una piccola lobby può essere sconfitta agevolmente alle urne purché i vecchi (dei) partiti ritornino a impegnarsi sul territorio. Indire il referendum non è facile quindi non se ne prevede ragionevolmente una pletora e c’è sempre la possibilità di un ritorno alle urne. Quindi dov’è il problema se non una sciatta polemica politica?

I referendum aiutano la formazione di classi dirigenti davvero rappresentative poiché l’organizzazione e la propaganda richiedono quel rapporto diretto con gli elettori che oggi è andato perduto. Chi si fa promotore di una decisione è costretto a confrontarsi con problemi e persone e non a trattare questioni nelle segrete segreterie dove hanno accesso solo interessi organizzati. Quindi dalla possibilità incombente di decidere per mezzo di referendum è proprio la rappresentatività e la decisionalità che alla fine sono premiate. Solo la promozione di rappresentanti autorevoli può consentire di evitare un eccesso di referendum che tra l’altro nei paesi in cui sono frequenti – USA, Svizzera – non hanno creato certo più problemi che nelle false democrazie rappresentative. E le decisioni possono essere più rapide perché legittimate dal voto.

A cosa servono davvero i referendum?
Le rappresentanze istituzionali legittime si formano attraverso la democrazia diretta per eccellenza: il suffragio universale. I rappresentanti decidono in nome del popolo finché vi è consenso nel sistema elettorale e nelle istituzioni. Altrimenti si ricorre a un nuovo voto o al referendum. La parola “re-ferendum” deriva dal latino “re” (indietro) e “ferre” che significa portare. Quindi si può interpretare la parola referendum come “ri-portare al popolo” la questione da deliberare.
Il referendum non è utile solo quando è effettivamente celebrato. Esistendo la possibilità di farvi ricorso, incombe come costante minaccia sui rappresentanti. Costoro, per esercitare pienamente la propria autorità, devono operare in modo da evitare il ricorso diretto al popolo e quindi saperne interpretare i desideri senza che questi ricorrano al referendum. Di conseguenza le democrazie rappresentative prevedono – talune più, altre meno – una relazione stretta tra rappresentanza e referendum. Insomma la possibilità di ricorrere al referendum costringe i rappresentanti a conquistarsi giorno per giorno l’autorevolezza che acquistano inizialmente se sono scelti per mezzo di procedure condivise.
Se si sminuisce o elimina il ricorso al referendum, ogni volta che si presume un disaccordo tra la volontà popolare e quella dei rappresentanti, l’esito più probabile sono comitati, proteste e persino rivolte che nulla hanno a che vedere con una democrazia rappresentativa funzionante, tantomeno con decisioni legittime. Se invece il conflitto emerso tra rappresentanti e cittadinanza trova una sede istituzionale – il referendum per l’appunto – dove celebrarsi, la democrazia funziona meglio. Non perfettamente, ma meglio.

Corrado Poli