Dimenticare Mestre? No, mai

Un’opportunità per Venezia, ma anche per Mestre e la Città Metropolitana

Per la quinta volta i veneziani voteranno per la separazione di Mestre da Venezia. Dopo l’accorpamento autoritario di Mestre a Venezia, avvenuto in epoca fascista nel 1926, per quattro volte (1979, 1989, 1994 e 2003) veneziani e mestrini (o forse bisognerebbe dire solo i “veneziani”?) si sono espressi per restare uniti in un unico comune. Sembrerebbe che dopo il quinto tentativo non si possano fare più referendum e quindi questa sarebbe l’ultima possibilità.

Quali sarebbero allora i vantaggi e gli svantaggi di un’eventuale separazione? Va detto anzitutto che la tendenza degli ultimi anni è verso il centralismo e l’accorpamento piuttosto che verso la valorizzazione delle autonomie locali e della partecipazione civica. Da questo punto di vista l’elemento nuovo nel referendum del 2017 è dato dall’esistenza della Città Metropolitana, quindi di un governo unico di un’area vasta, anche più ampia della sola Mestre-Venezia-Marghera. Questo trend è in corso in tutto il mondo. In buona parte dipende dall’accentramento urbano che produce vaste aree a insediamento urbano a bassa densità che assorbono in un continuum insediativo cittadine e paesi. Di conseguenza le infrastrutture vanno pensate a scala sovracomunale e questo sembrerebbe richiedere l’accentramento decisionale. La qual cosa diventa un’opportunità anche per le grandi imprese oligopoliste delle costruzioni di infrastrutture.

D’altro lato le reti telematiche e le tecnologie informatiche consentono il coordinamento delle informazioni e quindi la possibilità di decentramento di numerosi servizi. Questa opportunità non è ancora stata a sufficienza sfruttata, ma lo potrebbe e dovrebbe essere nei prossimi anni. Se dunque per un verso esiste la necessità del coordinamento – ma a questo pongono rimedio la Città Metropolitana e le leggi nazionali che hanno privato i Comuni di una parte cospicua della loro autonomia – dall’altro è necessario ristabilire un rapporto più diretto tra cittadini e territorio. Dal punto di vista della geografia urbana, l’aspetto e le funzioni degli insediamenti, è anche troppo evidente la diversità di Mestre da Venezia e la peculiarità di quest’ultima. Amministrazioni omogenee per Mestre e Venezia divise faciliterebbero sia l’efficienza sia la creazione di un’identità propria.

Mestre prenderebbe il nome di una vera città e non di una frazione di Venezia quale in effetti non è più da molto tempo. Potrebbe ripensarsi e giocarsi il proprio futuro. Ma soprattutto sarebbe Venezia a guadagnarci poiché vedrebbe riconosciuta la propria specificità. Sarebbe interessata ad attirare residenti, a riattivare funzioni di rappresentanza, direzionali, culturali e residenziali, che sta continuamente perdendo per la concorrenza di Mestre e Marghera. Gli amministratori di Venezia, città unica e famosa nel mondo, liberati dalla zavorra della Terraferma, ma inclusi nella Città Metropolitana, si concentrerebbero sulle peculiarità urbane e certamente – se illuminati e colti come si spera – troverebbero facilmente la disponibilità a coinvolgere i migliori e più brillanti artisti, architetti e innovatori del mondo per un rilancio. E beneauguratamente anche qualche politico di prestigio capace di spendersi in una posizione di grande visibilità nonostante i pochi abitanti che oggi vivono in laguna.

Corrado Poli