Donne e carriera, corsa a ostacoli

C’è un rischio che, per dirla come Caterina Suitner, ricercatrice in psicologia sociale al Bo, «è più o meno identico al giocare con il fuoco» nella dialettica sul rapporto tra donne e carriera. Perché, spesso, ad essere nemiche delle donne sul posto di lavoro, sono le donne stesse. Che non si valorizzano. E lei, che si occupa di linguaggio, di gender e comunicazione, alle spalle un passato di docente all’università di New York, parte proprio dall’analisi delle parole per sviluppare la sua teoria, di fronte al centinaio di studenti delle quarte e delle quinte dell’Istituto Einaudi-Gramsci, riunite in occasione dell’evento Carriere in rosa. Ricerca e Innovazione organizzato dai Giovani Imprenditori di Confindustria Padova.
«Basta pensare all’uso del maschile generico – ha detto la ricercatrice alla platea di ragazzi – Molte volte anche in un semplice annuncio si scrive cerchiamo avvocato. Ecco, usare il maschile inibisce alcune donne avvocatesse a partecipare. O spinge chi deve assumere a dare più attenzione alle candidature maschili. Sono sottigliezze, ma fanno la differenza, che è provata anche da diverse ricerche statistiche».
E ai ragazzi che, quasi, non ci credevano, la dottoressa Suitner ha portato altri esempi. Le immagini, per esempio. «Fateci caso – si è appellata ai giovani studenti e studentesse – Spesso un uomo viene rappresentato in foto con il profilo destro, sinonimo di uno sguardo fermo, forte e lungimirante. Una donna invece viene presa dalla guancia sinistra, come a voler dire che quelle donne, seppur brave, non hanno determinate caratteristiche. È sempre stato così, anche quando c’erano i quadri e i ritratti al posto delle fotografie».
Cercare di affrancarsi però non è facile, se anche movimenti contro le molestie, come Meetoo negli Usa, possono poi diventare un boomerang «e dipingere le donne come vittime da difendere. E chi le deve difendere? Gli uomini» chiude la ricercatrice.
Ma che non si tratti solo di ricerca, lo pensa pure Maria Grazie Marcato, new business developer di Sintesi Comunicazione. «Ho avuto più problemi con donne capo che con colleghi uomini» è stato il fulcro della sua testimonianza alla platea d’eccezione fatta di studenti agli ultimi anni delle superiori. «E adesso che il tema è sulla bocca di tutti, è anche peggio». Possibile? «Sì, ragazzi, sono le donne che si pongono limiti invece di puntare a crescere in consapevolezza delle proprie risorse, in indipendenza, formazione e preparazione. Io – ha continuato – Ho cercato lavori che non fossero su misura delle donne, ma compatibili con quello che è il mio essere e il mio sentire: a voi dico questo, di non fermarvi. Di studiare e viaggiare per fare di voi stessi un mondo aperto alle relazioni».
Perché le differenze e i pregiudizi restano.

Silvia Pillan ha 36 anni, è esperta di marketing, consigliera dei Giovani Industriali e ora veste i panni di marketing communication manager di Soluzioni Software: «Mi sono scontrata con idee prefissate – ha spiegato – I miei colleghi erano pieni di dubbi che si sono diradati poco a poco e con fatica. Mi sono trovata ad essere responsabile in un settore come l’informatica di stampo e governo maschile da sempre. Qualcosa è cambiato e vedo adesso che le mie idee sono rimaste in azienda: in una donna è forte la capacità di reinventarsi».
La stessa arma camaleontica usata da Cristina Felicioni, direttrice dell’associazione Alunni dell’Università di Padova, per cui «a fare la differenza è la marcia in più che le donne possono ingranare nell’essere multitasking e trasversali. Le quote rosa? Non per legge, anche se è una base da cui partire. Poi però spetta alle donne giocare la partita».

 

«Ogni donna deve riconoscere e valorizzare il proprio talento – ha esordito Anna Viel, presidente dei Giovani Industriali – Collaborare con gli uomini è dare quel quid in più al nostro territorio per renderlo attrattivo a talenti e convincerli a investire qui, senza scappare».

 

Giuliana Lucca