Gli artisti e la Shoah

«Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie” ave­va scritto Adorno nel 1949. Sembrava, allora, che la poe­sia fosse morta per sempre. A distanza di oltre settant’anni so­no invece le opere degli artisti a farci ricordare, con la stessa pregnanza d’allora, l’immane tragedia della Shoah. In Ger­­mania per molti artisti, ebrei e non, la persecuzione era co­­minciata già nel 1933 per culminare con la famigerata mo­stra dell’“En­tar­te­te Kunst” (Arte degenerata), or­ga­niz­za­ta nel 1937 dai nazisti a Monaco di Baviera, dove erano state espo­ste al pubblico lu­dibrio le opere degli artisti contrari ai canoni estetici degli ideologi razzisti. Saranno gli espres­­sionisti i più colpiti dalla persecuzione nazista ma an­che i cubisti, i surrealisti e i dadaisti vedranno le loro ope­­re rimosse dai musei e bruciate nelle piazze.

A Emil Nol­de, che pure vantava una lunga appartenenza al par­tito na­zio­­nalsocialista, sarà proibito di esercitare la pro­­fessione di pittore. Appartengono al periodo di guerra, tra il 1941 e il 1945, i suoi “quadri non dipinti”,  piccoli ac­­quarelli, ch’e­­gli realizzava di nascosto e che poi na­scon­de­va ac­cu­ra­ta­mente. Otto Dix invece perderà l’incarico di pro­fes­so­re all’Accademia di Dresda. Si ritirerà sul la­go di Costanza ma sarà costretto a dipingere solamente pae­saggi, evitando i temi a carattere sociale. Altri, come Max Beckmann, George Grosz e Max Ernst riusciranno a salvarsi, emigrando ne­gli Stati Uniti. Per gli artisti ebrei, invece,  sarà impossibile evi­tare il campo di concentramento o di sterminio. Del loro calvario rimane traccia in alcune opere sconvolgenti, realizzate prima del loro internamento nei la­ger.

I dipinti di Felix Nussbaum, pittore ebreo tedesco, mor­to ad Auschwitz nel 1944, raccontano storie di personaggi op­­pressi dall’angoscia e dal terrore della morte. Si veda, ad esem­pio, l’Au­­toritratto con carta d’identità ebraica del 1943, in cui la percezione tragica della propria fine si traduce in un’im­­magine estremamente realistica, quasi impietosa. Questo dipinto, assieme ad altre duecento opere del­l’ar­ti­sta, è conservato a Osna­brück, sua città natale, nella “Fe­lix Nussbaum Haus”, il museo realizzato su progetto del­l’ar­chi­­tet­to ebreo polacco, naturalizzato statunitense, Daniel Li­­­be­skind, au­to­re del celebre Museo ebraico di Berlino.

Ma qualcuno di questi dannati è riuscito a ritornare vivo dal­­­­l’in­fer­no, portando con sé, oltre ai terribili  ricordi,  an­­­che le immagini di quell’esperienza allucinante, tracciate furtivamente su fogli di fortuna tra mille difficoltà.

È il caso di Zoran Music, pittore di origine slovena ma ve­ne­ziano per frequentazione e per aver sposato Ida Barbarigo Ca­dorin, che nel 1944 viene internato, come prigioniero po­li­tico, nel campo di concentramento di Dachau. Nei primi anni Settanta quelle immagini di morte, ch’egli era riuscito a carpire a Dachau, riaffioreranno nella sua pittura, tra­sfor­mandosi in una serie di dipinti straordinari dal titolo Non siamo gli ultimi, che, al di là di ogni implicazione pro­fetica, suona come un terribile atto d’ac­cu­sa contro ogni fol­lia ideologica.

Aldo Andreolo