Il grigio cenere di quei morti ammazzati,

la testimonianza di un sopravvissuto ad Auschwitz

Quando sono uscita da quella sala a Villanova nel padovano così piena di gente, mi sono chiesta se il grigiore di quelle mattonelle fosse lo stesso di quello della cenere dei morti ammazzati nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

“La neve ad Auschwitz non era bianca. Era del colore del grigio delle ceneri degli uomini che bruciavano. Chilometri di quel filo spinato e di neve color cenere che percorrevano il mio campo”.

Gaetano Samuel Artale Von Belskoj Levy è l’unico superstite della sua famiglia deportata nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau, il 13 aprile 1944. Aveva otto anni. Ora di anni ne ha quasi 80 e vive a Padova.

“Sui cartelli stradali Auschwitz non esiste. E’ indicato solo il paese dove era il campo: Oswiecim. Un campo dove la gente veniva portata su enormi convogli. Una volta entrati nel vagone merci i portelloni venivano chiusi, sbarrati dall’esterno. Il nostro viaggio durò tre giorni. Nei convogli eravamo ammassati come bestie. Non c’era acqua, non c’erano i servizi igienici, non c’era carta, non c’era cibo. I bisogni corporali si facevano dove ci si trovava, il fetore era terribile. A volte qualcuno moriva durante il viaggio e il corpo veniva usato come sedile perché non ci si stava. Quando raggiungemmo la stazione finale io e la mia sorellina eravamo attaccati alla mano di mia madre; mio padre e mio nonno non sapevamo dove fossero, tutt’intorno era caos. Ci staccarono da nostra madre e lei si oppose. La colpirono e lì fu abbattuta. Giunti alla destinazione le urla erano “Alle runte, alle runte”, “tutti giù, tutti giù”. Chi cadeva veniva immediatamente abbattuto se non si rialzava subito. Giunti nei campi avveniva la prima selezione: chi a destra e chi a sinistra, chi ai lavori forzati e chi subito alla morte”.

I campi di concentramento che il governo nazista istituì furono 1634, sei erano campi di sterminio. Le varie prefetture ad Auschwitz avevano dato una lunga lista dettagliata dei 12 milioni di ebrei da abbattere.

“Nessuno veniva risparmiato – ci dice Samuel – mostrando le foto di quei bambini che ancora non sapevano – Nessuno. La Shoah è stato un esperimento eseguito scientificamente. C’era una lista della popolazione ebraica da eliminare preparata dal signor Adolf Eichmann”.  

L’uomo che aveva detto ai giudici “ho solo eseguito un ordine, io mi occupavo solo del trasporto” e che quando gli venne chiesto “se lei dà un ordine a un treno di proseguire e sa che quelle persone andranno a morire, non è forse responsabile della morte di questa gente?”, lui con gli occhi vitrei e pieni di assenza totale di pentimento rispose: “A me non risulta nulla di questo tipo”.

Nei campi che il regime nazista aveva istituito si moriva per denutrizione, per il freddo, per il gelo, per la fatica. Si moriva per un colpo di fucile, per delle frustate. Si moriva nei forni crematori, nelle camere a gas o ci si ammazzava contro il filo spinato. Chi non ce la faceva decideva di farla finita.

“Nei campi si moriva per un sì o per no. Si moriva perché si camminava svelti, perché si camminava lentamente. Ogni pretesto era pronto per uccidere. La morte sopraggiungeva ovunque – racconta Artale – non si poteva toccare il morto, si pensava stesse dormendo. Si moriva sul ciglio di una buca, scavandola, i tedeschi colpivano gli uomini con i fucili e questi cadevano giù. Ma a volte non erano morti, venivano ricoperti di sabbia e la sabbia si muoveva. Le donne morivano sotto il rullo compressore. Dovevano passarlo e ripassarlo, quando una donna per la fatica stremava al suolo, l’altra doveva passarle sopra, senza pietà. Nelle camere a gas gli ebrei venivano trovati ammucchiati. I più forti tentavano di raggiungere il soffitto scavalcando i più deboli. Agli ebrei veniva chiesto di essere pronti per la doccia e i vestiti lasciati in ordine fuori. Una volta dentro i portelloni venivano chiusi. Poi il gas. Pochi minuti e la morte. I corpi dentro al campo di Auschwitz erano ossa, appena ricoperti di pelle. Bastava toccare il corpo con un dito che questo affondava subito sulle ossa”.

Ossa. Ammassi di ossa. Quello che Artale ha mostrato mercoledì sera all’incontro organizzato dall’assessore alla Cultura del Comune di Villanova, Federica Carraro, è a dir poco sconvolgente. Sono foto che ritraggono l’orrore.

Una sala piena di persone e di ragazzi. Qualche ragazzo ha osato fare qualche domanda. Una bambina nascondeva il volto sotto la spalla del padre. Gli occhi delle persone erano spalancati, inorriditi, esterrefatti. Una donna perfino piangeva. Nessuno parlava. Nemmeno i ragazzini. Guardare quelle foto di bimbi vivi ma cadaveri era impossibile.

Serenella Bettin