Immigrazione: Peppone e Don Camillo tra Centro e periferia

Emotività e violenza sono la conseguenza della mancanza di relazioni umane e politiche locali.

Emotività e violenza sono la conseguenza della mancanza di relazioni umane e politiche locali.

Reiterate proteste di cittadini accompagnano la presenza di immigrati. Sovente s’alzano anche quelle dei rifugiati che richiedono un trattamento più umano e attento. L’attenzione si concentra a turno sul difetto di solidarietà, sulla presunta disorganizzazione o sullo sfruttamento degli aiuti.

L’aspetto inosservato della vicenda è il deterioramento strutturale del sistema di relazioni tra centro e periferia, a sua volta conseguenza di un sistema di rappresentanza inefficace. Alla sua fondazione lo Stato italiano si ispirò a quello francese che i Prefetti rappresentavano in provincia. Le riforme susseguitesi attribuirono o ridussero le autonomie locali e il potere dei Prefetti variò di conseguenza. Ma, a differenza che in Francia, lo Stato italiano non riuscì quasi mai ad avere un pieno controllo della periferia per mezzo delle sole strutture burocratiche statali.

Si sviluppò piuttosto un articolato sistema di mediazione con i poteri locali che per molto tempo risultò efficace. Le autorità non burocratiche, in parte elettive (parlamentari e consiglieri) in altra tradizionali (religiosi e notabili), espresse dal territorio svolgevano il ruolo di intermediari con Roma. Le autorità locali erano in grado di spiegare ai gruppi di cittadini a cui si riferivano, le decisioni centrali non gradite e a convincerli ad accettarle. Questo era possibile perché in cambio le autorità locali tutelavano con efficacia gli interessi locali a Roma. L’autorevolezza derivava dal fatto che i rappresentanti locali (non importa se di maggioranza o opposizione) erano integrati in un sistema articolato di corpi intermedi e la loro elezione dipendeva sia dal consenso e dai voti che sapevano raccogliere sul territorio (preferenze) sia dalla loro capacità di farsi valere nei partiti, nelle associazioni di categoria, nei sindacati, nelle vaie associazioni a cui appartenevano.

Don Camillo e Peppone offrono un chiaro esempio “pop” di come nei momenti di necessità l’uno e l’altro contribuivano a sedare i conflitti e a creare il consenso grazie alle loro appartenenze a ordini superiori e alla loro capacità di parlare al loro popolo.
Oggi questo dialogo tra centro e periferia s’è disgregato. Non solo in Italia: il fenomeno Trump ne è un aspetto. I conflitti non sono ricomposti per mezzo di informazione, meditazione e, alla fine, mediazione. Nessuno sa con chi parlare e di chi fidarsi così che crede a notizie fuori controllo. Le istituzioni sociali e politiche hanno perso autorevolezza e credibilità. Nemmeno le tradizionali testate dell’informazione nazionale fanno opinione. In Italia è possibile eleggere con pochi voti un Sindaco “civico” scollegato da qualsiasi struttura nazionale.

E allora con chi parla lo Stato centrale rappresentato da Prefetti? Questi non hanno una formazione politica, vengono da lontano – quasi tutti dal Sud – così che se ne escono con frasi inopportune come quella proferita da un Prefetto che ha giustificato l’intervento autoritario con l’affermazione che “il Comune appartiene allo Stato”. La semplificazione amministrativa – che non è sempre sinonimo di efficienza – ha eliminato altre rappresentanze di rilievo legate al territorio in grado di ricevere direttamente le informazioni, di dialogare e di farsi valere al momento di ottenere eventuali compensazioni per i sacrifici richiesti. Oggi i cittadini raccolgono le informazioni senza mediazioni esplicative direttamente dai social media, dalla Televisione o da una fredda ordinanza di uno sconosciuto Prefetto che rappresenta uno Stato sempre più lontano. Emotività e violenza sono l’ovvia conseguenza della mancanza di relazioni umane e politiche locali.

Corrado Poli