La Risiera di San Sabba a Trieste, il Lager nazista e una storia che non va dimenticata

Dalle 3 alle 5 mila persone soppresse nel forno crematorio di quello che è stato l'unico campo di sterminio all'interno di una città in Europa

Ci sono voluti più o meno vent’anni per togliere quella coltre di silenzio che, in qualche modo, aveva coperto il dramma della Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio con forno crematorio in Europa all’interno di una città che era proprio in Italia, a Trieste, a ridosso del centro. Un luogo di cui i triestini avevano, in parte forse capibile, non intendevano parlarne, per quello che aveva rappresentato e per quello che a molti ancora ricordava. Fu praticamente con la celebrazione del processo ai responsabili dei crimini commessi durante l’occupazione tedesca – terminato a Trieste nell’aprile del 1976 anche se il banco degli imputati è rimasto vuoto poichè parecchi degli accusati erano stati giustiziati dai partigiani, altri deceduti per cause naturali – che la Risiera di San Sabba assunse quella rilevanza tale da far si che fosse dichiarata Monumento Nazionale, cosa che avvenne nel 1965 con decreto dell’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, per poi divenire nel 1975 Civico Museo della Risiera di San Sabba.

Un luogo tristemente famoso quello della Risiera, oggi meta di visite soprattutto di scolaresche e di giovani desiderosi di conoscerne la storia, in cui anche quest’anno il 27 gennaio viene celebrata la Giornata della Memoria con diverse iniziative a cura del Comune di Trieste e di varie associazioni, con il momento più significativo al mattino allorchè una marcia silenziosa di ex deportati, assieme a studenti e cittadini, va dal carcere del Coroneo alla Stazione Centrale di Trieste, con sosta e deposizione di una corona del Comune di Trieste presso la lapide che ricorda il luogo della partenza dei treni che portavano in Germania i perseguitati per ragioni razziali, politiche e di sfruttamento economico.

Manifestazioni ed eventi che riportano al centro una tragica pagina della storia italiana, caratterizzata, come dichiarato a ilfattoquotidiano.it dal regista triestina Renato Sarti, “da un colpevole oblio che ha soffocato fin dall’immediato dopoguerra le voci di quanto accadde, anche se tutti sapevano e ci sono testimonanze di triestini che raccontano come nei giorni di scirocco non si riuscisse a respirare per la puzza di bruciato”. Sarti, che sulla Risiera di San Sabba ha realizzato uno spettacolo teatrale (“I me ciamava per nome:44.787”), aggiunge poi che “un’altra prova che il lager non fosse sconosciuto ai triestini è il fatto che, subito dopo la liberazione, tutto il quartiere si è precipitato per fare razzia dei mobili rimasti all’interno del campo dove i detenuti non potevano affacciarsi alle finestre, mentre le guardie alzavano il volume della musica per non far sentire ai passanti quello che accadeva tra le mura”.

E quel grande complesso di edifici, costruito nel 1898 nel quartiere di San Sabba per la pilatura del riso, i nazisti lo utilizzarono – come si legge nella documentazione di quello che ora è il Museo della Risiera – come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre del ’43, per divenire strutturato come Campo di detenzione di polizia, destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione e all’eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

Nel capoluogo giuliano peraltro, prima della seconda guerra mondiale gli ebrei triestini erano circa 5000,ma dopo le leggi razziali fasciste del 1938 e l’istituzione anche a Trieste di uno dei famigerati ”Centri per lo studio del problema ebraico” (erano quattro in tutta Italia), molti di essi decisero di emigrare all’estero. Ciò nonostante i nazisti riuscirono a deportare nei campi di sterminio più di 700 ebrei triestini. Di questi solo una ventina sopravvissero e fecero ritorno. Nella Risiera, inoltre, accanto agli ebrei triestini furono imprigionati e poi deportati anche moltissimi ebrei catturati in Veneto, in Friuli, a Fiume e in Dalmazia.

Una storia quella della Risiera di San Sabba che ebbe inizio con l’ arrivo a Trieste di Globocnik e dell’ “Einsatzkommando Reinhard” (E.K.R.) che aveva gestito i quattro lager di sterminio in Polonia. Molti ufficiali di fiducia furono posti a capo dell’ E.K.R. o formarono i quadri della locale articolazione dello R.S.H.A. e cioè del servizio di sicurezza. L’ “Einsatzkommando Reinhard” composto da novantadue uomini era arrivato a Trieste a scaglioni fra il settembre e il novembre 1943. Questi reparti operanti nell’ est dell’ Europa, erano reparti di élite, politicamente scelti, che avevano il compito, non solo di garantire la sicurezza delle retrovie del fronte, ma soprattutto quello di eliminare fisicamente gli avversari politici del Reich e i gruppi etnici e “razziali ” pericolosi o indegni di sopravvivere nell’ Europa nazista.

Inseriti organicamente nell’ “Einsatzkommando Reinhardt” operarono anche criminali di guerra alcuni dei quali non sono mai stati se non condannati quantomeno inquisiti. Un interessante articolo de “La Nuova Alabarda” ne identifica alcuni, “Dimenticati” o in parte protetti dalle autorità italiane, sottolineando almeno nove importanti criminali di guerra hanno vissuto in Italia e per rifarsi una vita, spesso protetti solo da una nuova identità , molti hanno scelto proprio le città dove nel 1944 e nel 1945 avevano commesso i loro crimini.

Fu il 4 aprile 1944 quando alla Risiera entrò in funzione il forno crematorio. La nuova struttura venne usata subito con la cremazione di settanta cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina. Nella notte fra il 29 ed il 30 aprile 1945 il forno crematorio e la ciminiera verranno fatti saltare con la dinamite dai nazisti in fuga per eliminare le prove dei loro crimini, secondo una prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono.
Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Sul tipo di esecuzione in uso, le ipotesi sono diverse e probabilmente tutte fondate: gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non sempre la mazzata uccideva subito, per cui il forno ingoiò anche persone ancora vive.

A spiegare su come si viveva e su come si moriva alla Risiera vi sono alcune testimonianze di superstiti, raccolte nel volume “Dallo squadrismo fascista alle stragi della Risiera” pubblicato nel 1974 a cura dell’ANED Associazionale Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti di Trieste. Ricordi agghiaccianti di sopravvissuti che raccontano drammatici episodi di violenze, percosse e torture, con le mazze, calci o altri corpi contundenti, e la paura di finire nel forno crematorio.
Tra le testimonianze di ex prigionieri, raccolte da Marco Coslovich e Silva Bon dell’Associazione nazionale ex deportati, quella di una triestina che ha partorito a Ravensbrück, il più grande campo femminile. Suo figlio è rimasto in vita solo qualche ora. Ma lei è riuscita a fingere per tre giorni che il neonato tra le sue braccia fosse ancora vivo. “Temeva di essere trasferita nel blocco 23 – prosegue Sarti – cioè il reparto dove erano portate le neo-mamme prima di essere cremate”. Una testimonianza che si conclude con questa trase fin troppo significativa: “Nessuno può capire cos’era, nessuno mai capirà. Neanche se mi ricoprissero d’oro sarei ripagata per quello che mi hanno fatto”.

A proposito del numero delle vittime i calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le 3-5 mila persone soppresse in Risiera. Il numero diventa ben maggiore considerando i prigionieri e i ”rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager o al lavoro obbligatorio.

“Il nostro – dice ancora Sarti nella sua intervista in cui ebbe modo di illustrare il suo spettacolo che ricorda il dramma della Risiera – è un Paese che ha fatto della memoria un optional. Ricordiamo sempre quel che è successo in Germania, lasciando nell’oblio le storie italiane. Quando saranno morti tutti i testimoni oculari, toccherà a noi che li abbiamo ascoltati portare avanti questa memoria. Perché il rischio è che possa ricapitare che una nazione si senta superiore a un’altra”.

La Giornata della Memoria (così come per la Giornata del Ricordo in cui viene ricordato il dramma dell’esodo degli istriani e delle foibe) è un’occcasione, quindi, per non dimenticare e per riflettere, ma soprattutto per sensibilizzare i giovani rispetto a vicende e storie, come quella della Risiera di San Sabba di cui molti, ancora oggi, probabilmente conoscono.
“Il nostro ritrovarci ogni anno in un luogo di dolore come la Risiera – sottolinea la presidente della Regione Debora Serracchiani – è un obbligo morale irrinunciabile, perché troppi segnali ci dicono che il seme dell’intolleranza non si è seccato, anzi è pronto a germogliare, esplicito e arrogante o subdolo e strisciante. In Italia, in Europa, fuori dal nostro continente, nel Giorno della Memoria dobbiamo ricordare le vittime della macchina di morte nazifascista, ma anche levare un monito a vigilare contro il risorgere di un male arcaico che purtroppo – ha concluso – è fra noi”.

 

A proposito del processo – in cui erano accusati, tra gli altri, Joseph Oberhauser, un birraio di Monaco di Baviera, primo comandante della Risiera e l’avvocato August Dietrich Allers di Amburgo, il suo diretto superiore fin dal tempo del Tiergarten 4, il centro organizzativo dell’”operazione eutanasia” dei minorati mentali e fisici della Germania e dell’Austria – conclusosi con la condanna dell’Oberhauser all’ergastolo che morì all’età di 65 anni il 22 novembre 1979 (Allers morì prima della conclusione, nel 1975), in merito al fatto che pù di qualcuno lo definì un “processo inutile”, Simon Wiesenthal disse: ” Non è solo un’esigenza di giustizia, ma anche un problema educativo. Tutti devono sapere che delitti come questi non cadono sul fondo della memoria e non vengono prescritti”.

Lucio Leonardelli