L’annus horribilis di Debora Serracchiani divisa tra la Capitale e la Regione

Il 2016, peraltro bisestile, è proprio un anno da dimenticare per Debora Serracchiani. Colei che era riuscita a sorprendere tutto il mondo politico con una escalation tale da portarla dapprima al Parlamento Europeo – con quasi 200 mila voti di preferenza – quindi alla guida della regione Friuli Venezia Giulia (superando contro ogni pronostico il centrodestra di Renzo Tondo) e successivamente (a seguito di una “giravolta” su sè stessa passando da bersaniana a renziana) a fare la vicesegretaria nazionale del Pd, è entrata da alcuni mesi a questa parte in una vera e propria parabola discendente che potrebbe addirittura metterla definitivamente fuori da ogni gioco, quanto meno in regione.

Tutto è cominciato con le amministrative della scorsa primavera allorchè il centrosinistra ha perso clamorosamente la guida di Pordenone e, soprattutto, Trieste ovvero il capoluogo del Fvg in cui la Serracchiani s’era spesa con tutto l’establishment del partito per supportare l’uscente Roberto Cosolini, tanto da giocarsi lei stessa le carte nel momento in cui il senatore triestino Francesco Russo sfidò tutto e tutti proponendo le primarie, che poi perse, dato che riteneva debole la candidatura di Cosolini. Una doppia sconfitta che furono in molti ad imputare principalmente proprio alla Serracchiani, la quale, tra l’altro, era già nel mirino di parte del Pd regionale in quanto accusata di frequentare troppo i salotti romani e le televisioni nazionali, occupandosi di meno della regione.

Come non bastasse, in una successiva ulteriore e recente tornata elettorale, il Pd è poi rovinosamente franato anche a Monfalcone, realtà in cui ha sede la Fincantieri e dove era palese il malessere di quella che da sempre era stata la base di voti per la sinistra che era a da oltre ventanni alla guida della città isontina (passata ora nella mani della leghista Cisint) oltre che a Ronchi dei Legionari,piccolo centro da sempre feudo della sinistra regionale, e a Codroipo, cittadina dell’hinterland udinese dove l’uscente Fabio Marchetti ha mantenuto la poltrona ancorchè supportato da un centrodestra non privo di qualche mal di pancia. Ora la botta ulteriore è arrivata con l’esito del referendum che è costato a Matteo Renzi il posto di presidente del consiglio e che probabilmente potrebbe costare a lei quello di vicesegretaria del partito, al di là che finora non ha espresso alcuna intenzione di farsi da parte e ciò nonostante in regione siano nuovamente in molti all’interno del Pd a criticare ancora il suo doppio incarico.

A farsi avanti per primo è stato Mauro Travanut, esponente di spicco del Pd regionale, peraltro già in contrasto con la presidente, il quale ha dichiarato “nn è da oggi che sono contrario al doppio incarico dicendo che la presidente della Regione faccia bene la presidente della Regione. Sul profilo temporale la stragrande maggioranza del tempo sia dedicata a ciò che accade in Fvg. Ne va a vantaggio della funzione che svolge qui e anche del Pd che dovrebbe avere nella sua segreteria persone che non hanno funzioni istituzionali di quel genere. Altrimenti fa male l’una cosa come l’altra”. A ruota sono venute altre dichiarazioni, tra cui quelle del consigliere regionale Enzo Martines per il quale “è chiaro che deve decidere lei ma in questo scorcio di legislatura che ci manca da qui alla fine abbiamo bisogno di serrare i ranghi e spiegare ai cittadini i contenuti delle nostre riforme perchè forse i segnali non sono arrivati forti e chiari. Abbiamo bisogno della sua presenza qui. Lasciare la vicesegreteria può aiutare per seguire da vicino il percorso regionale”.

E in effetti l’obiettivo a questo punto è rivolto alla scadenza del 2018 allorchè si andrà a votare per il rinnovo del consiglio regionale e sono in molti ora a scommettere che difficilmente la Serracchiani tenterà di fare il bis in regione, pur avendo lei dichiarato in più circostanze di voler ricandidarsi, per cercare invece di ricavarsi un posto nel futuro Parlamento nazionale. Ipotesi questa che aprirebbe molti scenari e che potrebbe favorire l’ascesa dell’attuale vicepresidente del Fvg Sergio Bolzonello, oltre che rimettere in gioco le ambizioni di molti che in questo ultimi anni hanno sofferto il “peso” sia caratteriale che politico di Debora. Lei intanto, quale vicesegretaria nazionale del Pd, ha inviato una lettera ai circoli del partito del Friuli Venezia Giulia sottolineando che “è stata una campagna elettorale lunga e faticosa, che ha riportato la politica al centro del dibattito pubblico, coinvolgendo la stragrande maggioranza dei cittadini nella discussione sul futuro del nostro Paese», precisando poi che “il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo perso e tutti, a cominciare da me, siamo chiamati a riflettere sugli errori commessi”. Aggiungendo poi che “la mobilitazione di questi mesi è un tesoro da custodire gelosamente e anzi da coltivare, per renderla stabile strumento di partecipazione e di dibattito sulle scelte che riguardano i nostri Comuni, la nostra Regione e l’Italia tutta “.

In merito al suo futuro nessuna indicazione se non quella emersa in un incontro con il Pd udinese in cui ha fatto capire che, comunque vadano le cose a Roma, in regione dovranno esserci le primarie, anche se lei dovesse ricandidarsi. La volontà quindi sembrerebbe quella di ottenere, qualora dovesse propendere la scelta di correre per mantenere la presidenza del Fvg, una legittimità ufficiale del partito, evitando situazioni simili a quella avvenuta a Trieste. Tutto comunque è legato a quanto accadrà a livello nazionale, ovvero se ci saranno elezioni anticipate oppure no, perchè è chiaro che si aprirebbero degli scenari ovviamente diversi, con un centrosinistra che in regione appare tutt’altro che pronto ad anticipare anche in Fvg il voto qualora la Serracchiani dovesse candidarsi ed essere eletta per un posto da parlamentare.

Ed è per questo che nello stesso incontro udinese tutti le hanno chiesto chiarezza sulle reali intenzioni future. Cosa che, a questo punto, necessariamente avverrà a breve, non certo dopo la direzione nazionale del partito quanto dopo le decisioni sulla crisi di governo, con l’auspicio per lei che questo “annus horribilis” si chiuda alla svelta.

Lucio Leonardelli