Lega-M5S, gran litigio sulla legge elettorale

Show di Berti e Baldin con i manifesti: «Chi ha visto Zaia?»

Se a Roma M5S e Lega sono pronti al matrimonio del “governo gialloverde”, a Venezia invece scoppia una lite furibonda sulla nuova legge elettorale del Veneto, approvata dal centrodestra. Un copione da far invidia alle commedie del Goldoni. Il colpo a sorpresa lo regala Marino Finozzi e le “poltrone d’oro della casta” in riva al Canal Grande diventano 61: 51 consiglieri e 10 assessori esterni. Con un aumento di 700-800 mila euro l’anno per il bilancio regionale, dai 4 ai 5 milioni nell’arco di una legislatura. E’ il costo della democrazia che funziona, dice il capogruppo della Lega Nicola Finco, ma in aula scoppia la rivolta.

Alle 3 del pomeriggio, Jacopo Berti, capogruppo del M5S, srotola 5-6 foto gigantesche con il volto di Luca Zaia e la scritta “Chi l’ha visto?” e inizia la sua arringa. «Da un anno non vediamo più questo ragazzo in aula, si chiama Luca… La nuova legge elettorale è un Win For Life che la Lega ha creato a sua immagine e somiglianza, per potersi garantire poltrone, stipendi e potere senza limiti. Tutto questo sotto il naso del grande assente Luca Zaia, che trova il tempo per inaugurare sagre e guidare trattori, ma non per venire a palazzo Ferro Fini a giustificare le scelte dissennate della sua maggioranza», dice Berti con l’eleganza e il sorriso di un lord che sembra appena rientrato dalle nozze del principe Harry.

Al suo fianco Erika Baldin veste i panni di Federica Sciarelli e mena fendenti di rara efficacia: «Dov’è Zaia? E’ una follia spendere 5 milioni in più per gli stipendi di consiglieri e assessori, le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese. Voi volete duplicare le cariche di una squadra di fedelissimi, la “casta” del presidente. Le pluricandidature sono un ritorno alla prima Repubblica, questa legge è un’autentica “porcata” dice la Baldin per rifare il verso a Calderoli. In aula scoppia il finimondo. Urla, la Lega ha un sussulto di rabbia. Il presidente Roberto Ciambetti sospende la seduta e stacca l’audio. «Signorina Baldin, cancelli quell’aggettivo dalla nuova legge elettorale».

Dai banchi del Pd esultano Graziano Azzalin e Andrea Zanoni, finalmente coinvolti in una clamorosa protesta contro il Grande Assente: Luca Zaia. Salvini e Di Maio saranno anche alleati di governo a Roma, ma a Venezia i grillini non scherzano e fanno lo sgambetto alla “casta verde della Serenissima Repubblica” che allarga gli scranni del Maggior Consiglio di palazzo Ferro Fini.Il tumulto è un lampo. La Lega, forte del monopolio assoluto, tira dritto e applica la regola della “ruspa” di Salvini, anche se c’è chi si diverte a rifare il verso dantesco: non ti curàr di lór, ma guarda e passa. Gli animi si sono scaldati dopo l’inaugurazione della mostra di Nancy Genn, poliedrica artista californiana cresciuta con Jackson Pollock, trasformando Palazzo Ferro Fini in un padiglione del Moma o della Biennale.Appena finita la cerimonia, la Lega ha messo in archivio l’arte ed è passata all’incasso della Grande Riforma Elettorale.

Cosa cambia?Con il suo stile discreto ma altrettanto decisionista, Marino Finozzi ha spalancato la porta alla “totale” incompatibilità tra consiglieri e assessori regionali. Ciò significa che nella prossima legislatura verranno eletti 51 consiglieri a palazzo Ferro Fini, i quali si potranno candidare in tutti e sette i collegi provinciali con una legge che assegna il 60 per cento dei seggi a chi raggiunge il 40% dei voti. Il governatore che trionferà, cioè Luca Zaia III, “dovrà” nominare 10 assessori esterni. Lo statuto del Veneto non lo prevede e in Prima Commissione, guidata sempre da Marino Finozzi, approderà la norma con valore retroattivo, per sanare il vulnus che rischia di bloccare la Grande Riforma.Tirate le somme nel 2020 i posti sicuri in riva al Canal Grande diventano 61, con stipendio di 8 mila euro al mese e vitalizio incluso, un costo che sale di 4-5 milioni nell’arco di una legislatura, passando da 48 a 53 milioni di euro, come ha ricordato con abilità Piero Ruzzante, di LeU, che in un baleno ha sollevato la questione.

«Non c’è dubbio che la legge è cucita su misura di Zaia che può fare a meno di noi» dice con sconsolato realismo Massino Giorgetti, ex assessore e vicepresidente del consiglio regionale. «Appena ho colto il pericolo ne ho parlato con Niccolò Ghedini ma non è partita nessuna richiesta di chiarimento. Non posso accettare che Forza Italia si rassegni a un declino irreversibile».

E.P.