Luca Zaia-Governo, 2-0

Il secondo “gol” messo a segno dal governatore del Veneto (dopo quello segnato con il via libera della Corte Costituzionale) è stato certificato mercoledì pomeriggio sul “tabellone” istituzionale. Quando, cioè, con carta intestata del ministero dell’Interno, il responsabile Marco Minniti ha garantito il supporto tecnico degli organismi istituzionali da lui controllati affinchè collaborino prima, durante e dopo il referendum per l’autonomia del Veneto in programma per il 22 ottobre.

Politicamente è un secondo successo per Zaia che ha voluto e ottenuto, anche con il giudizio favorevole delle Corte Costituzionale, l’attestazione della legittimità del referendum con il quale i veneti diranno la loro sul progetto di autonomia regionale, in stretta osservanza con quanto sancito dall’attuale Costituzione.

Da parte sua, la Regione, con il voto del consiglio, ha già stanziato 14 milioni per coprire le spese della consultazione. La quale, pur essendo consultiva, porta con sé un rilevante peso politico-istituzionale. In caso di vittoria dei “sì” al quesito “voi veneti volete maggiore autonomia dallo Stato”, il governatore otterrà il classico asso nella manica per andare a Roma a contrattare, con maggiore rappresentatività popolare, le materie e relativi finanziamenti, che passeranno dalla responsabilità del governo a quella della Regione.

Ma per avere la quadratura del cerchio, Zaia voleva che il governo si facesse carico di alcune incombenze, normali in caso di una consultazione popolare nazionale, al contrario, perché inediti, per un referendum regionale (a dire il vero, interregionale perché lo stesso 22 ottobre alle urne andranno anche i cittadini della Lombardia, governata dal leghista Roberto Maroni, con identica prospettiva di autonomia). Un quasi ultimatum, il presidente veneto lo ha scritto lo scorso 16 luglio in una lettera spedita proprio al ministro Minniti. Il quale ha risposto ieri con una piena disponibilità affinché lo Stato faccia la sua parte istituzionale. La scelta dei ministro del Pd, ha di fatto scompaginato le pesanti incertezze che il suo partito sta vivendo in Veneto, tra dem favorevoli al referendum, altri nettamente contrari e chi sta cercando di mediare tra le due posizione proponendo un sì-critico all’appuntamento elettorale di ottobre.

LA LETTERA – Minniti inizia la sua lettera a Zaia, con un “caro presidente” scritto a mano. Poi, con un testo stampato, il passaggio chiave: “Desidero informarla che le competenti articolazioni centrali e periferiche dell’Amministrazione dell’Interno assicureranno la propria collaborazione… al fine di contribuire all’ordinato e corretto svolgimento della consultazione in parola”. Quindi, garantisce il ministro, “verrà sensibilizzato il prefetto di Venezia perché, in stretto raccordo con il Dipartimento degli Affari Interni e Territoriali, curi l’espletamento di tali incombenze in piena sinergia con i competenti uffici regionali”. Infine, “un caro saluto” scritto a mano e la firma.

LA SCHEDA – Quali sono le “incombenze” da parte dello Stato di cui parla Minniti? La spiegazione è nella scheda allegata alla lettera, che contiene esattamente tutto ciò che Zaia voleva e si aspettava di ottenere. Intanto, le Prefetture del Veneto consegneranno alla Regione il numero delle sezioni normali ospedaliere, il numero degli uffici distaccati di sezione da costituire presso case di cura con meno di 100 posti-letto e quelli da 100 a 200 posti-letto, il numero dei seggi speciali presso gli istituti penitenziari, il numero degli elettori residenti all’estero, la consistenza complessiva del corpo elettorale compresi quelli residenti all’estero.

Quanto agli “adempimenti del ministero dell’Interno per il tramite delle Prefetture del Veneto, sono previsti la revisione dinamica straordinaria delle liste elettorali, la comunicazione delle liste elettorali articolate per sezione, la vigilanza sulla propaganda elettorale, la tutela dell’ordine pubblico e il presidio dei seggi, la messa a disposizione degli edifici scolastici, quali sedi delle singole sezioni elettorali “in raccordo con il ministero dell’Istruzione”. Infine, le Prefetture venete collaboreranno con la Regione nei rapporti con i comuni e le Corti d’Appello per la nomina dei presidenti e dei componenti degli uffici elettorali di sezione, e garantiranno il supporto alla Regione “ai fini della diffusione delle circolari ed istruzioni relative alla consultazione”.

Più di così! verrebbe da dire. Infatti, la lettera di Minniti eleva di fatto il referendum veneto (che ripetiamo essere consultivo) a rango di elezioni politiche o referendum abrogativo nazionale. Quindi, il massimo del riconoscimento istituzionale.

Ora non resta che attendere il 22 ottobre. Anche se, intanto , incuriosiscono le modalità con le quali Zaia intenderà condurre la campagna referendaria che avrà lo “star” nei primi giorni di settembre. Cartelloni stradali, informazioni dirette ai cittadini con lettere personalizzate, spot televisivi, siti web, richiami al referendum sulle pagine web di istituzioni regionali come le Ulss? Nulla è ancora trapelato da Palazzo Balbi, sede della Giunta regionale, ma c’è chi garantisce che sarà un mix di tutti i possibili mezzi di informazione. L’incognita è: il governatore parteciperà in primi persona alla campagna referendaria (nulla da stupirsi, è lui ad avere voluto questa consultazione definendo l’autonomia del Veneto come “la madre di tutte le battaglie”) o si avvarrà della struttura della Lega, ottimamente organizzata in Veneto?

PARTITO DEMOCRATICO – Chi rischia di restare con il cerino in mano è il Pd. Il partito, ormai da due anni alla ricerca di un’identità e di un progetto, è spaccato in tre tronconi: chi propone agli elettori di centrosinistra di votare “sì“ perché, dicono impropriamente, in fondo l’autonomia regionale “è una nostra battaglia, iniziata anni fa”; chi dice un “no” tondo perché “non dobbiamo fare da cassa di risonanza alle estemporanee invenzioni elettorali di Zaia” (il riferimento è alle elezioni politiche del prossimo anno quando, non è da escludere, l’attuale governatore del Veneto potrebbe essere invogliato a candidarsi, perché no, anche come leader di centrodestra); chi, infine, per evitare di perdere la faccia suggerisce una via mediana, quella di proporre di votare “sì” al referendum ma con la postilla che evidenzia come il progetto di autonomia di Zaia è istituzionalmente impraticabile: in sostanza, va bene una maggiore autonomia da Roma “in modo responsabile e veritiero” come già previsto dalla Costituzione, ma non potrà mai essere come il Trentino Alto Adige che si trattiene il 90% delle tasse pagate dai suoi abitanti.

Lunedì scorso il Pd veneto ha cercato di trovare l’unità su un testo condiviso. Nulla di fatto, però: le posizioni erano distanti. Nuovo round lunedì prossimo quando dovrebbe essere approvata (incertezza con quale maggioranza) la mozione del “sì-critico”.

SCONTRO – In attesa che sorga il sole sui dem, continuano le polemiche con la Lega, a suon di comunicati.

Anche mercoledì il consigliere regionale Pd, Graziano Azzalin (paladino del “no” senza sé e e senza ma) ha ripetuto che “quello di Zaia è uno sfregio istituzionale gravissimo”. E spiega. “Invitare i dipendenti a inserire l’immagine ufficiale del referendum-truffa del 22 ottobre in tutte le loro corrispondenze, rappresenta infatti una scorrettezza senza precedenti”. Il riferimento è alla campagna di comunicazione ‘a costo zero’ promossa da Palazzo Balbi, con la circolare spedita dal direttore dell’area Programmazione e sviluppo Maurizio Gasparin. “Evidentemente – aggiunge Azzalin – per il presidente il referendum è come una guerra nella quale ogni mezzo diventa lecito. E’ invece inaccettabile che le istituzioni vengano piegate e utilizzate per un uso di parte, per una battaglia che Zaia vuol far diventare un plebiscito personale. Tutt’altra cosa rispetto al referendum sulle trivelle, dove il Veneto era tra le Regioni promotrici, ma per il quale il governatore non si è scomodato più di tanto”. La domanda retorica del consigliere dem: “Cosa sarebbe successo se una cosa del genere l’avesse fatta Renzi per il referendum costituzionale del 4 dicembre per il quale non era neanche necessario il quorum”. E visto che mancano ancora tre mesi al 22 ottobre, il rappresentate del Pd dice di non fare fatica “ad immaginare il bombardamento mediatico cui saremo sottoposti, con l’occupazione impropria di spazi come ad esempio i siti web delle Ulss, contenitori che dovrebbero essere utilizzati esclusivamente per informare i cittadini sui servizi forniti”. E a quei colleghi di partito che sono ancora scettici sul da farsi, Azzalin ritiene che “la risposta è servita, questa consultazione è un’enorme campagna propagandistica per la Lega e per il governatore, in particolare, che ha dichiarato come questo sia solo l’inizio. Dire sì al referendum significa condannarci alla subalternità rispetto a Zaia, che sta trasformando l’inutilità di questa consultazione in un evento di importanza strategica, sostenuto a colpi di pubblicità ingannevole. Zaia, così come il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, andrà a spendere soldi pubblici per ottenere ciò che il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini ha avuto gratis, ovvero l’apertura di una trattativa con il Governo per attivare l’articolo 116 della Costituzione”. Invece, chiude Azzalin, “la Regione ha voluto intraprendere la strada, anzi il vicolo cieco, del referendum, con una richiesta generica che non dice quali nuove competenze il Veneto si attribuirebbe e che non porterà a niente, se non a sprecare 14 milioni pagati dai contribuenti”.

Legittima qualunque posizione, ma il consigliere dem forse dimentica che la Costituzione (riforma del 2001, voluta proprio dall’allora partito dei Democratici di Sinistra, Ds) già prevede che una maggiore autonomia sia contrattata con lo Stato, ed è questo il cammino che Zaia con l’aggiunta di un innocuo referendum consultivo.

Tant’è, la risposta al democratico è arrivata da Silvia Rizzotto, capogruppo della Lista Zaia in consiglio regionale. “Azzalin è abituato al ‘regime Renzi’, vorrebbe forse fare lo stesso con i veneti. Noi invece siamo per la democrazia ed è uno nostro dovere, prima ancora che un diritto, informare i cittadini sul voto del 22 ottobre, a prescindere da come uno la pensi”. L’affondo: “Si definiscono democratici, ma poi si comportano come i peggiori dittatori. La democrazia permette a tutti di esprimere in libertà il proprio pensiero e garantisce a tutti uguali spazi. Per questo motivo non comprendo le affermazioni del consigliere del Pd, il quale vieterebbe addirittura alla Regione di informare i veneti sulla data delle elezioni”. In fondo, ricorda la Rizzotto, “il referendum è stato votato e deciso dall’assemblea regionale e, per giunta, considerata legittima dalla Corte costituzionale”. La stoccata finale: “Nascondere o non dare pubblicità alla data delle votazioni, più che democratico, mi sembra oscurantista; forse Azzalin spera che vada a votare poca gente? Bell’idea di democrazia, la sua; noi invece siamo convinti che debbano esprimersi il maggior numero di veneti, saranno poi le urne a dare il responso delle votazioni. Informare i cittadini che il 22 ottobre si vota non è propaganda, è un servizio che facciamo a tutti”. Ma non si poteva fare a meno del referendum, come dice Azzalin? Tassativa la leghista: “La Regione del Veneto ci prova dal 2007, senza però ottenere alcuna risposta da Roma. Il 22 ottobre sarà una grande giornata di democrazia e partecipazione e chi vuole togliere questa possibilità ai veneti non può che essere un anti-democratico”.

Giorgio Gasco