Marghera compie 100 anni. Primo capitolo

Quella che è destinata a diventare negli anni Settanta l’area con la concentrazione operaia più alta d’Europa, è nata nell’Italia impegnata nella Grande Guerra. Proprio nel momento più critico, col Paese che dopo Caporetto viene invaso dal nemico che minaccia di dilagare nella pianura Padana e di arrivare facilmente a Venezia.

Nel febbraio 1917 i veneziani che contano pensano al futuro e alla vera rivoluzione industriale di Venezia e del Veneto. Progettano la nascita di Porto Marghera, l’idea è di Giuseppe Volpi che mette insieme imprese di ogni genere: elettriche come la Sade e la Cellina, ferroviarie e marittime, siderurgiche come la Franco Tosi,  meccaniche, edilizie.  E chiama capitali privati: Nicolò Papadopoli Aldobrandini, la famiglia Stucky dei Molini, la Pila Pilla dei materiali elettrici, l’alta finanza col Credito Industriale che funge da holding e da credito ordinario del gruppo. Dietro ci sono aristocratici come Filippo Grimani, sindaco per vent’anni, e industriali come Cini, Gaggia e Piero Foscari..

Vogliono creare sulla Laguna un moderno porto commerciale e una zona industriale che poggi su una nuova città da creare, con almeno trentamila abitanti. Volpi con la Sade garantisce l’energia elettrica con una grande centrale. E’ lui in pochi mesi a varare un’altra società, la Cantieri Navali e Acciaierie, alla quale partecipano le più grandi industrie italiane: la Terni, l’Ilva, le Acciaierie di Piombino, la Ansaldo.

Volpi incassa il primo sì del governo, la burocrazia romana fa in 75 giorni quello che normalmente richiede quattro anni e si firma in un attimo la “Convenzione relativa alla concessione per la costruzione del nuovo porto di Venezia”.

Il piano è quello di eliminare dalla città le nuove industrie inquinanti, di trasferire il porto in terraferma, ai Bottenighi che poi era il nome che aveva allora Marghera.

L’ingegner Coen che presenta il progetto a nome di Volpi è preciso: “Si cerca una vasta zona per tutte quelle industrie che, per l’assoluta mancanza di spazio non avrebbero mai potuto affermarsi, mentre al margine della laguna avrebbero trovato condizioni sotto ogni riguardo le più felici d’impianto e d’esercizio e di ulteriore sviluppo”.

E’ il miraggio della Venezia industriale che la guerra interrompe solo per un attimo.

Nel 1918, mentre piovono sul Veneto i fondi per la ricostruzione, Volpi riparte alla grande con un consiglio d’amministrazione nel quale entrano tutte le famiglie che contano nell’Italia economica: Piaggio, Ferrari, Marinotti,Cini, Breda, Gaggia, Banca Commerciali, Montecatini, Fiat.

Si lavora a ritmo serrato. Già nel 1922 sono inaugurati i primi insediamenti e in dieci anni si passa da 22 a 541 milioni di lire di investimenti. Il Veneto sale di colpo a quarta regione industriale: 8 operai ogni 100 occupati.

Il decollo del polo industriale veneziano coincide col ventennio fascista e con l’ascesa di Giuseppe Volpi, ministro di Mussolini che può vantarsi che dalle paludi malsane ai bordi della laguna sorgono le ciminiere, i nuovi campanili.

Per assecondare il suo progetto, Volpi ordina la bonifica delle barene che sono le zone della laguna emergenti con la bassa marea. Adesso bisogna prosciugarle per creare la nuova area industriale che occupa una superficie doppia rispetto a Venezia. Quando non basta, arriva nel 1925 un nuovo Piano regolatore che dota la zona di 20 Kmq, si estende fino al Naviglio Brenta, 5 chilometri di lunghezza, 4 chilometri di larghezza. 600 ettari destinati a porto commerciale, il doppio dell’area occupata dal porto di Genova. Viene scavato un canale che, attraverso la Giudecca e sempre dritto, unisce il Bacino di San Marco alla terraferma dove si crea un porto industriale.

Bisogna anche costruire una nuova città e si progetta Marghera che viene pomposamente battezzata  la “Nuova Venezia” e si scelgono 550 ettari di barena colmati con 12 milioni di metri cubi di terra forniti scavando  il suolo della laguna e sopraelevandolo di due metri e mezzo per metterlo al sicuro dall’acqua alta.

Il progetto del nuovo quartiere residenziale è dell’ingegnere Pietro Emilio Emmer, il padre del futuro regista Luciano, il padre del “neorealismo rosa” e soprattutto il padre di Carosello. Già nel 1919, il vecchio Emmer produce un piano regolatore ispirato al modello della città giardino. Ampi spazi e molto verde. Un grande viale alberato largo 80 metri e lungo un chilometro, case distanti 15 metri l’una dall’altra e a non più di tre piani. Naturalmente ben distinte tra abitazioni per le famiglie di impiegati e quelle degli operai.

Ma ancora non basta.  Il serbatoio di mandopera è costituito dalle campagne che riforniscono le fabbriche di contadini che la guerra e la Grande Crisi hanno gettato nella miseria. Porto Marghera trascina con sé l’effetto inurbamento e Mestre cresce a dismisura, così per chiudere il cerchio,Volpi toglie a Mestre l’autonomia amministrativa e la iscrive d’ufficio, con Marghera, al Comune di Venezia. In questo modo il potere, politico e economico,  ha il controllo diretto del territiorio e della popolazione .

Non c’è niente che non si possa fare. Anche un ponte stradale che collega Piazzale Roma all’entroterra, correndo parallelo ai binari della ferrovia costruita dagli Austriaci.

A Porto Marghera nel 1932 ci sono già 6000 operai, 400 impiegati, 2000 addetti al porto e alle costruzioni. E una classe operaia “sbarcata dal nulla”. Contadini reclutati nelle campagne circostanti.  Solo alla Breda, ma quelli sono cantieri navali con operai qualificati, si segnalano in quegli anni tensioni sindacali.

Marghera è legata al nome di Giuseppe Volpi che il fascismo promuove a  conte di Misurata. E’ stato liberale giolittiano e poi fascista. In affari è progressista, è una potenza industriale,  è ministro di Mussolini. E’ l’uomo forte dell’economia e della politica venete, vede più lontano degli altri, è spregiudicato ma arriva sempre dove vuole: prevede un grande sviluppo automobilistico e apre il ponte translagunare creando anche piazzale Roma con garage; prevede un grande sviluppo turistico d’elite e apre grandi alberghi al Lido  e s’inventa la Mostra del Cinema; prevede una seconda Venezia in terraferma, commerciale e industriale, e fonda Porto Marghera.

Gli anni Trenta sono gli anni del suo sogno dogale. Nel 1939 la sua Società Adriatica di Elettricità (SADE) supera il miliardo di lire di capitale! controlla un centinaio di società, compresi gli Acquedotti di Roma, Napoli, Palermo e Torino. Possiede navi, ferrovie, alberghi, imprese all’estero.

Dopo l’8 settembre del 1943 il Veneto si trova in piena guerra civile, è nel cuore della Repubblica Sociale, è nel cuore della Resistenza.

Le industrie di Marghera sono fondamentali per la produzione bellica, gli operai antifascisti sono rastrellati e deportati in Germania. Nella primavera del 1944 una serie di scioperi coinvolgono Marghera: “Il più coraggioso sciopero che si ricordi, un coraggio finora mai visto in tutta l’Europa occupata”, commenta Radio Londra il 20 marzo. Devastante il bombardamento inglese della Raf il 10 giugno 1944. La guerra  lascia danni a Porto Marghera per 8 miliardi di lire, impossibile la ripresa in quasi tutti gli stabilimenti…

to be continued

Edoardo Pittalis