Mestre e Venezia, cinque motivi per non dividersi

Ancora interventi in vista del referendum sulla separazione tra Mestre e Venezia. Questa settimana Il Sestante News pubblica un’intervista a Michele Mognato, che porta le ragioni a sostegno del no alla divisione in due comuni.

La separazione aumenterà (anziché risolverle) le criticità di centro storico e terraferma.
Resto convinto che quella della separazione è una strada che non risolve i problemi. Due esempi tra i tanti: Venezia da sola sarebbe meno soggiogata dalla monocultura turistica? Oppure a Mestre la separazione aiuterebbe le attività del commercio in centro città e dei negozi di vicinato? Servono invece, pur nelle diversità, politiche metropolitane efficaci ed attività di alto valore in termini di innovazione e formazione, presupposto indispensabile perché il centro storico torni a essere luogo appetibile per l’insediamento di attività imprenditoriali con opportunità di lavoro non legate al moloch turistico e affinché la terraferma non sia marginale nello sviluppo del Veneto. Per entrambe c’è un problema di futuro, serve un’idea d’insieme e più energie vitali.

Dare a Venezia un ruolo strategico a livello nazionale.
La nostra città deve essere tornare a contare nei luoghi determinanti le scelte territoriali e di sviluppo del territorio. Questo non per campanilismo, bensì perché passa per questi luoghi una parte importante dello sviluppo sociale ed economico metropolitano, del Veneto e dell’intero paese. Per questo è necessario che Venezia metropolitana sia riconosciuta come interlocutore autorevole al pari della Regione e dello Stato. La comunità nazionale deve riconoscerle un ruolo strategico e anche la Regione, perché sappiamo che da sempre si opera per negare l’organizzazione metropolitana della nostra regione e non far crescere di peso e di competenze le città affidando loro invece più poteri e capacità decisionali.

La sfida della contemporaneità è quella dell’integrazione metropolitana per dare servizi e lavoro.
Le città e le aree metropolitane avranno sempre più ruolo nel mondo contemporaneo. Come scrissero i sindaci di Parigi e Londra oltre un anno fa, il XXI secolo sarà il tempo delle “città-mondo”, sistemi in grado di integrare servizi alla popolazione più efficienti, prospettive di sviluppo per le imprese, telai infrastrutturali di rango più che nazionale. La stessa UE ha da tempo acquisito tale dato, tanto da introdurre nei Programmi operativi nazionali di investimento (PON) una linea dedicata specificamente alle città metropolitane (PON-METRO). In questo ambito alla città capoluogo tocca un ruolo di aggregazione e inclusione, che mal si concilia con la scelta di separarsi ed essere più gracile e debole. Processi importanti come la riqualificazione del polo industriale di porto Marghera, l’istituzione della zona franca urbana, dello sviluppo portuale, le stesse Università, la rigenerazione urbana e commerciale del tessuto urbano non possono essere fatte da una realtà in via di disgregazione.

Dividere la città significa indebolire i servizi.
L’eventuale separazione della città porterebbe con sé conseguenze negative per quanto riguarda la qualità dei servizi ai cittadini, avuto riguardo sia ai servizi aventi rilevanza economica (trasporti e rifiuti) sia a quelli di spiccato profilo sociale (assistenza domiciliare, asili nido e politiche per l’infanzia, politiche per gli anziani e i soggetti deboli). Dobbiamo invece ripensare il nostro modello di servizi da un lato integrando il nostro sistema con quelli degli altri comuni dell’area metropolitana, dall’altro creando reti di prossimità in grado di intercettare bisogni e necessità. Un ruolo strategico in questo senso potrebbero svolgerlo le Municipalità, che il sindaco Brugnaro ha invece indebolito fin quasi al loro annichilimento.

Il voto popolare va usato quando esso mette davvero nelle mani del popolo la facoltà di decidere.
Zaia non è nuovo ad usare strumentalmente il voto popolare per le proprie esclusive finalità politiche: ne è una riprova la scelta di tenere il 22 ottobre il referendum-truffa per l’autonomia del Veneto, che costerà ai cittadini 14 milioni di euro. Nel caso della separazione tra Venezia e Mestre il presidente della giunta regionale è più cauto, perché sa benissimo che si tratta di un voto ad altissima esposizione sul fronte della legittimità di cui potrebbe essere chiamato a rispondere in termini di danno erariale. Ritengo che i cittadini non possano essere presi in giro, e che nel momento in cui sono chiamati a votare il loro giudizio deve essere a tutti gli effetti valido, cioè produttivo di effetti. Per questo prima ci sia chiarezza sulla legittimità del voto, poi si dia la parola ai cittadini.