Per non dimenticare MAI. Il silenzio dei Giusti

gli eroi senza armi.

Nelle tenebre di una Europa dominata dal Nazismo, 20.000 individui, uomini e donne (secondo il Centro di Documentazione ebraico di Yad Vashem), non ebrei e la maggior parte cristiani ma anche musulmani, misero a repentaglio la propria vita per salvare ebrei, partigiani, oppositori del regime, rom, omosessuali, soldati delle forze alleate perseguitati e braccati dalla Gestapo. “Cos’altro avrei dovuto fare?”, commentano quando si chiede loro perché l’hanno fatto.

Il Talmud ricorda che “Chi salva una vita salva il mondo intero”, ed è per questo che lo Yad Vashem, Museo e archivio dell’Olocausto, a Gerusalemme, li ricorda e li onora perché la loro memoria non vada perduta. Sono gli “eroi del silenzio”; quegli uomini che, senza parole ma con un gesto, anteposero la salvezza di tanti a quella della loro vita. Sono coloro che non girarono il capo dall’altra parte, che lottarono (e spesso morirono) per un ideale. Un vero e proprio esercito muto, un esercito di Giusti che si mosse per strappare alla morte chi era “nemico del Nazismo”: dalla Polonia alla Norvegia, dai Balcani alla Francia, dalla Lituania all’Italia, volti, nomi, paesaggi, racconti si dipanano in un lungo fiume di straordinaria umanità. Uomini e donne, cristiani di diverse confessioni – cattolici, ortodossi, protestanti – e musulmani, civili e soldati, campioni dello sport e medici.

Tra i salvatori c’erano infermiere e bambinaie, insegnanti e studenti, vicini e amici, impiegati e colleghi dei loro genitori. Un singolo atto, persino una singola affermazione, poteva salvare una vita, come quando una contadina polacca, sentendo dire dagli abitanti del suo villaggio, a proposito di Renée Lindeberg, di quattro o cinque anni: <<Buttatela nel pozzo>>, rispose: <<Non è un cane dopo tutto…>>; e Renée fu salvata. Gente che, come li ha definiti Si Frumkin, un sopravvissuto del ghetto di Kovno (Kaunas), <<ignorarono la legge, si opposero all’opinione pubblica e osarono fare ciò che era giusto>>. Gli eroi vennero fuori solo dopo. A distanza di anni. Prima rimasero dietro il tendone che lasciava sul palco la narrazione della tragedia. Abraham Foxman, salvato dalla sua bambinaia a Vilnius, ha detto: <<Per più di cinquant’anni dopo l’Olocausto i sopravvissuti hanno dato testimonianza del male, della brutalità e della bestialità. Tocca a noi oggi, alla nostra generazione, portare una testimonianza di bontà, giacché ognuno di noi è la prova vivente che persino all’inferno, in quell’inferno chiamato Olocausto, vi fu la bontà, la gentilezza, nonché l’amore e la compassione>>.

Prima il silenzio, prima il ricordo, poi, sottovoce come avevano fatto durante la Guerra, sono venuti fuori i loro volti, i loro nomi, le loro azioni. La storia dei non ebrei che salvarono vite ebraiche – i “Giusti” appunto – non è tra quelle che hanno avuto un’alta priorità nei primi decenni dopo la guerra. Comprensibilmente, gli scrittori ebrei vollero raccontare le storie della sofferenza, della distruzione e l’uccisione dei loro cari, come anche della resistenza e della rivolta ebraiche. Pochissimi vinsero le loro paure e prestarono aiuto. Non tutto poté restare nascosto. Alla fine ci furono voci, quasi sussurri; qualcosa stava succedendo in “quei” campi. La cenere dei crematori, il fumo e la fuliggine, l’odore acre della carne bruciata. Ormai il velo del segreto era caduto; ma la paura era tanta. Aiutare significava anche condividerne la sorte se sorpresi dalle SS. Da una parte collaborazionismo e tradimento gettano un’ombra sulla storia del salvataggio, sollevando il problema di quanti ebrei si sarebbero potuti salvare se la gente fosse stata disposta ad assumersi il rischio di aiutarli, ma al tempo stesso aumentano la luce che brilla su coloro che, invece, aiutarono, quasi sempre con grande rischio personale.

Queste “isole di eccezioni” salvarono la vita umana piuttosto che permettere che fosse distrutta. In ogni Paese sotto il dominio nazista l’istinto di aiutare rimase forte, nonostante un’estesa ostilità e indifferenza. Sei milioni di ebrei furono assassinati, ma decine di migliaia furono salvati. Tra loro nomi passati alla storia come Oscar Schindler sul quale Spielberg ha girato un film così particolareggiato che sarebbe assurdo ricordarne qui le gesta, altri venuti alla luce tra le righe scritte sulle pagine di un libro come Lorenzo Perrone, nominato Giusto fra le Nazioni il 7 giugno 1998, soccorritore di Primo Levi. <<[…] io credo che proprio a Lorenzo debbo di esser vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi>> [Se questo è un uomo]. Non si possono citare tutti; l’elenco sarebbe lunghissimo, ma possiamo citarne alcuni tra i tanti, come ricordo per tutti.

Alcuni erano veneti come Clelia Caligiuri De Gregorio di Piavon. Vedova, con tre figli, Clelia aiutò per quasi tutto il periodo della Seconda guerra mondiale, l’ebrea Sarina Karliner, una rifugiata jugoslava, conosciuta a Follina in provincia di Treviso. Ogni giorno portò cibo a Sarina, a rischio della sua libertà e la sua vita. Quando i tedeschi arrivarono nell’Italia Settentrionale la portò a Piavon, nascondendola in un rifugio sicuro in un armadio di casa sua e fornendogli ogni genere di conforto. Fece questo fino a luglio del 1944. Quando ci fu pericolo che le SS potessero scoprire il suo nascondiglio, Clelia la scortò personalmente per accertarsi che arrivasse a destinazione in un altro rifugio a Lutrano. Sarina rimase in questo rifugio fino alla liberazione. Durante questo periodo, Clelia andò regolarmente due volte alla settimana da Sarina portandogli le vettovaglie necessarie lasciandole anche del denaro da usare nel caso fosse stata necessaria una sua fuga improvvisa.

Giorgio Perlasca, padovano,  funzionario, filantropo e commerciante. Nell’inverno del 1944, fingendosi Console generale spagnolo salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e all’Olocausto. Al principio della seconda guerra mondiale, Perlasca si trovò a lavorare prima in Jugoslavia e, dal 1942, in Ungheria a Budapest, in qualità di agente venditore per una ditta di Trieste, la SAIB (Società Anonima Importazione Bovini), con permesso diplomatico. Il giorno dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati (8 settembre 1943) si trovava ancora nella capitale ungherese e, prestando fedeltà al giuramento fatto al Re, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Per questo motivo si trovò a essere ricercato dai tedeschi e fu costretto a trovare rifugio presso l’ambasciata spagnola. Grazie a un documento che portava con sé attestante la partecipazione alla guerra civile spagnola e che gli garantiva assistenza diplomatica, ottenne dall’ambasciata una cittadinanza fittizia e un passaporto spagnoli, intitolati all’inesistente “Jorge Perlasca”. Tra le altre mansioni, fu impegnato nel tentativo di salvare gli ebrei di Budapest, ospitati in apposite “case protette” soggette all’extraterritorialità per la copertura diplomatica, dietro il rilascio di salvacondotti. Quando nel novembre 1944 Sanz Briz (un diplomatico spagnolo che l’aveva aiutato) decise di lasciare Budapest e l’Ungheria per non riconoscere il governo filonazista ungherese, Perlasca restò e si spacciò per il sostituto del console partente, all’insaputa dello stesso e della Spagna, redigendo di suo pugno la nomina a diplomatico, con tanto di timbri e carta intestata. Da quel momento Perlasca si trovò a gestire il “traffico” di migliaia di ebrei, nascosti nell’ambasciata e nelle case protette sparse per la città. Tra il 1 dicembre 1944 e il 16 gennaio 1945, Perlasca rilasciò migliaia di finti salvacondotti che conferivano la cittadinanza spagnola agli ebrei, arrivando a strappare letteralmente dalle mani delle Croci Frecciate i deportati sui binari delle stazioni ferroviarie. Impedì inoltre l’incendio e lo sterminio nel ghetto di Budapest, con 60.000 ebrei ungheresi, intimando direttamente al ministro degli interni ungherese una fittizia ritorsione legale ed economica spagnola sui “circa 3000 cittadini ungheresi” (in realtà poche decine) dichiarati da Perlasca come residenti in Spagna. Grazie all’opera di Perlasca, 5.218 ebrei furono direttamente salvati dalla deportazione. Tornato in Italia, riprese la sua vita di prima senza troppi clamori, lavorando come commerciante e conducendo un’esistenza modesta e riservata. Solo nel 1987, oltre quarant’anni dopo, alcune donne ebree ungheresi residenti in Israele lo rintracciarono e divulgarono la sua storia.

Da ricordare anche un campione del ciclismo, il cui eroismo fu scoperto solo nel 2005: Gino Bartali. Aveva tutto: fama, ricchezza, rispetto, onori anche dal regime fascista. Aveva vinto tre Giri d’Italia e due Tour de France oltre a numerose altre corse. Nel silenzio più assoluto Bartali trasportò, all’interno della sua bicicletta, documenti falsi per aiutare gli ebrei ad avere una nuova identità. Questa attività nacque dalla collaborazione del rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città Elia Angelo Dalla Costa. Nessuno lo sapeva e Bartali chiese di non divulgare le sue gesta. Ma (a morte avvenuta) il figlio raccontò l’eroismo del padre e il 2 ottobre 2011, Bartali è stato inserito tra i Giusti dell’Olocausto nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova per l’aiuto offerto agli ebrei durante la seconda guerra mondiale e il 23 settembre 2013 è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto.

Infine da ricordare anche Carlo Angela (padre di Piero Angela e nonno di Alberto Angela) politico e antifascista. Il 29 agosto 2001 gli fu conferita alla memoria la Medaglia dei Giusti tra le nazioni per aver aiutato disinteressatamente molti ebrei durante la Shoah. Dopo alcuni anni passati come medico, durante il periodo della dittatura fascista Angela rinunciò ad incarichi politici e, con l’incarico di direttore sanitario della casa di cura per malattie mentali “Villa Turina Amione”, durante l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana, offrì rifugio a numerosi antifascisti ed ebrei, falsificando le cartelle cliniche per giustificarne il ricovero. Nella sua opera di soccorso agli ebrei Angela fu aiutato dal suo vice Brun, da madre Tecla e dagli infermieri Fiore De Stefanis, Carlo e Sante Simionato. Sospettato dalla polizia fascista, Angela fu convocato e interrogato a Torino e rischiò anche la fucilazione durante una rappresaglia. Sono solo alcuni. Molti eroi di questo esercito silenzioso non avranno mai nessun riconoscimento; non lo volevano allora come non lo vorrebbero oggi. Ma nel loro silenzio fecero un rumore più forte di qualsiasi esplosione di una bomba.

Marta Sterchele