Olocausto e non solo

La Shoah vista a fumetti

Il Maus di Art Spiegelman si può considerare uno dei capolavori assoluti del fumetto, pertanto ne sono del tutto giustificate le riproposte editoriali che ricorrentemente compaiono, anche perché di solito ogni nuova “infornata” viene rapidamente esaurita. Dopo le ristampe a più riprese della prima edizione effettuata da Linus a suo tempo, l’opera è ricomparsa presso Einaudi nella collana Stile Libero con le caratteristiche di una vera e propria nuova edizione.

Il fattore fondamentale che la distingue dalla precedente – che come questa era corretta e rispettosa nei confronti di un fattore importante come il lettering – è la traduzione. L’ha effettuata Cristina Previtali, attenendosi a criteri che tendono allo scrupoloso rispetto filologico delle sgrammaticature originali, in quanto caratterizzanti il linguaggio degli ebrei immigrati. È un elemento che contribuisce a fornire al testo una precisa connotazione culturale. La storia, che ha mietuto parecchi premi, è strettamente autobiografica e racconta il problematico rapporto di un giovane cartoonist statunitense (Spiegelman, com’è ovvio) col padre, ormai anziano e malato.

È un vecchio emigrante polacco, giunto nel Grande Paese dopo un’estenuante odissea, gran parte della quale vissuta come vittima predestinata della violenza nazista. Ed è questa storia drammatica che Art si fa raccontare da Vladek, in una specie di lunga autoanalisi intesa a rintracciare le lontane radici delle proprie nevrosi e al tempo stesso di capire quel vecchio bisbetico, che deve forse proprio alla forza del proprio tremendo carattere il fatto di essere riuscito a sopravvivere a quella tremenda prova, che ora riesce a riferire in maniera coinvolgente ma senza pietismi.

In Maus s’intersecano dunque aspetti diversi: dall’allucinante impotenza della vita quotidiana nei Lager, fino alle superficialità e le nevrosi della vita americana d’oggi. Ma nell’insieme la maggior parte delle pagine è dedicata al cupo dipanarsi della Shoah. Della quale Spiegelman dà un quadro potente e doloroso, privo di qualunque retorica ma anche di lacrimosi ricatti psicologici. Un’asciuttezza cui fa da adeguato contrappunto un grafismo rude, scevro da dolciastre caramellosità. Né trae in inganno il fatto che i tedeschi siano raffigurati come orde di feroci gatti crudeli e gli ebrei in simmetrica immagine di topi, inermi di fronte a un nemico “naturale” e prevaricatore. Sarebbe troppo facile e semplicistico confinare il racconto di Maus in una pur puntuale, sconvolgente metafora dell’Olocausto, con animali antropomorfi. In realtà esso è una storia complessa, che il fatto di essere raccontata a fumetti non confina per niente né a una struttura né tanto meno a un livello di tipo minimalista.

Art Spiegelman, MAUS, Ed. Einaudi, Torino, 2000, 294 pp., f.to 16×23, bross., L. 24.000.

 

Gianni Brunoro