Il Piave è ancora osservato speciale

L’ex presidente del BIM, Bacino Imbrifero Montano, Giuseppe Cestaro ha potuto vedere da vicino diversi problemi correlati al nostro fiume.

San Donà –  “Un esempio per tutti”, spiega, “sono i fontanazzi che si presentano nei periodi di piena e che segnalano la pressione con la quale le acque del fiume premono sugli argini (ad esempio in villaggio San Luca o nei pressi del ponte della Ferrovia): i canali di scolo e di irrigazione, che sia nel periodo primaverile che autunnale hanno i livelli che arrivano a sfiorare il piano stradale”.

“La larghezza media dell’alveo del fiume si è ridotta a meno della metà in 100 anni”, aggiunge, “il fondo dell’alveo ha subìto invece un abbassamento stimato circa 2 metri nel tratto appena a valle di Pederobba.

Nel tratto di bassa pianura perciò, il fiume é obbligato a fluire in un alveo di ridotta capacità chiaramente non adeguato al transito di eventuali fenomeni di piena”.

Ulteriore situazione critica di natura idrogeologica è rilevabile poi in prossimità dello sbocco a mare dove il tratto di foce del fiume Piave, ostruito dai depositi sabbiosi, costituisce un grave ostacolo al libero deflusso delle acque verso l’Adriatico.

“Perciò, anche se in relazione ad eccezionali episodi di piena”, ricorda Cestaro, “sono numerose le aree potenzialmente suscettibili di allagamento, soprattutto nella parte finale della pianura del bacino fluviale.

L’attuale capacità di portata dell’alveo a valle di San Donà di Piave è di 3000÷3200 m3/secondo, ben inferiore quindi alle portate massime di possibili piene: nel 1966 la portata fu di 5000 m3/secondo.

L’ ampio letto ghiaioso tra Nervesa e Candelù comporta modeste riduzioni delle portate. Allo stato attuale, i modelli dicono che eventuali piene sono destinate ad esondare sia a monte che a valle di Ponte di Piave interessando, sia in destra che in sinistra, ampie superfici della pianura.

Essendo inoltre l’alveo leggermente pensile (sopraelevato sul piano di campagna), le eventuali acque che dovessero esondare si spingerebbero a considerevole distanza.

Le criticità sono concentrate sugli argini di Salgareda, Candelù, S. Andrea di Barbarana, Zenson di Piave e di Intestadura (a valle di San Donà).

E’ evidente come sia assolutamente necessario ridurre il colmo di piena, mediante lo stoccaggio temporaneo di volumi d’acqua di opportuna capacità”. Niente facili allarmismi, ma nuove proposte.

“Vogliamo sostenere”, conclude, “le ipotesi fatte dal professor D’Alpaos, ordinario di Idrodinamica presso il dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Padova, uno dei più accreditati studiosi del Piave. D’Alpaos è stato anche nominato a capo della commissione D’Alpaos-Casarin dopo l’alluvione nel vicentino del 2010.

In base ai suoi studi, qualunque soluzione non preveda un contenimento di almeno 90 milioni di metri cubi d’acqua (ipotizzata nella piana di Falzè), non risolve il problema del medio e basso Piave, e le attuali soluzioni intermedie, previste dalle stesse autorità di bacino, non servirebbero a granché.

Credo  sia arrivato il momento di dare risposte serie su questo argomento, per i propri figli e per i propri nipoti”.

Giovanni Cagnassi