Quando il turismo fa paura

Il turismo spaventa. Venezia rischia di esserne sommersa, di restare sconfitta, di trasformarsi in una Disneyland occupata ogni giorno da 130 mila turisti mordi-e-fuggi. Arrivano, invadono la città, la occupano, la affollano, la calpestano, devono essere alloggiati e rifocillati. E Venezia si trasforma in una specie di mostro su una laguna solcata anche da navi da crociera di 100 mila tonnellate che attraversano il bacino di San Marco e portano per conto loro altri due milioni di persone.

Ogni anni fanno più di 30 milioni di turisti, come se la metà della popolazione dell’intera Italia sbarcasse in laguna. In una città che perde continuamente abitanti, ma anche botteghe, mercati, supermercati. E dove quasi tutto è stato sacrificato al turismo che è il business principale e tra poco il solo: si cerca con cura di censire affittacamere abusivi, bed and breakfast nascosti, posti letto invisibili. I residenti sono calati a 54 mila, erano diecimila in più col Duemila, quarantamila in più nel 1980. Apparentemente sembrano contare di più le entrate, ad esempio quelle derivate dall’imposta di soggiorno che portano al Comune importi notevoli: si paga un euro al giorno per ogni stella e per un massimo di cinque giorni consecutivi; riguarda non meno di trentamila turisti, i conti non sono difficili.

Cifre che dovrebbero far riflettere, invece vengono rovesciate nel grande calderone del’economia senza pensare al dopo. E’ tutto il turismo veneto a crescere, del 5% soltanto nell’ultimo anno e ancora con la crisi di mezzo: nella regione si toccano i 70 milioni di presenze che portano un fatturato di quasi 18 miliardi di euro, un pezzo significativo del Pil regionale. Con trasformazioni che rischiano di non essere gestite, di sfuggire a controlli e previsioni. Si pensi allo stravolgimento sociale ed economico di Mestre: con la restrizione di Porto Marghera e delle sue industrie, il tessuto di Mestre sta radicamente cambiando. A una città fino a ieri operaia e legata alle sorti del Petrolchimico, sta subentrando una città quasi esclusivamente votata al turismo: camere d’albergo, posti letto. In poco tempo Mestre è diventata per presenze la seconda città del Veneto, prima di Verona e Padova!

Il turismo porta flussi di denaro, ma in cambio produce anche danni spesso irreversibili alla bellezza. Chi ha la responsabilità di controllare prende e non restituisce, non governa per quanto gli compete. Soprattutto, non fa le scelte necessarie, non si assume le responsabilità di azioni che potrebbero anche risultare impopolari. Ci si affida alle buone intenzioni: avanti col numero chiuso; no, è meglio fissare un ticket d’ingresso; forse è indispensabile pensare alla gestione dei flussi… Le stesse parole si rincorrono da decenni, nel frattempo niente è stato fatto. Quello che occorre è la pianificazione dell’offerta turistica estesa a tutta l’Italia. Non ci sono tentativi di governare i flussi e ci vorrebbe su questo un progetto nazionale, invece  è tutto frantumato in mani regionali e comunali. Non è un problema di autonomie locali, è un problema di lunghi silenzi dei vari governi. Insomma, per capire bene e affrontare i problemi e per indirizzare il futuro ci vuole uno Stato.

Non mancano voci autorevoli di veneziani che affrontano il problema e indicano possibili soluzioni. Arrigo Cipriani, il patron dell’Harry’s Bar, certo il veneziano oggi più famoso nel mondo, sostiene che il grande problema di Venezia è l’abbandono graduale da parte della popolazione: “Parto sempre dal fatto delle pietre e dei cittadini. Sono rimaste le pietre e c’è un terzo degli abitanti di prima. Specie a Venezia i cittadini sono una parte importantissima, si va a piedi, li vedi, li incontri tutti i giorni. C’erano dietro i negozi, ogni negozio era un centro di scambi di saluti, di informazioni. C’è un solo modo per uscire dalla situazione: bisogna riportare il lavoro, riportare la cittadinanza”.

Cesare De Michelis è l’editore di Marsilio, una realtà nazionale e una delle aziende forti del territorio. Per lui Venezia in questo momento richiede “coraggio e orgoglio” e urgenza nell’intervento: “Il problema Venezia? Bisogna fermare la decadenza della città. Tutti immaginano che il tempo si possa fermare, ma ogni giorno si prende un pezzo. Venezia è viva e bisogna rimettersi in gioco. Abbiamo il terzo aeroporto d’Italia, siamo una delle mete turitiche del mondo, abbiamo investito per costruire il più bel porto da crociere d’Europa, l’unico che può accogliere otto grandi navi. Eppure lo diciamo come se fosse una sventura. Occorre una città capace di esprimere un sentimento di orgoglio”.

Venezia, poi, offre problemi speciali legati alla sua specialità, alla sua straordinarietà e unicità. Si pensi a tutte le proteste sulle Grandi Navi, alle vicende del Mose, alle altre polemiche sull’uso e sull’abuso della città. Certo, si devono fare delle scelte e devono farle le persone che ne hanno le responsabilità. Occorre decidere e ci sono ruoli che non possono sottrarsi. Conta l’interesse collettivo, la pianificazione del futuro, non le piccole manovre elettorali,  non la capacità maggiore o minore di accarezzare la pancia dell’elettorato e muoversi di conseguenza. Ci sono responsabilità anche collettive, la popolazione ha il diritto di essere ascoltata, ma non può per anni spendersi nella logica del no a tutto. Per una cosa che non va bene, si deve essere in grado di predisporre l’alternativa. Oppure si deve avere il coraggio di dire che non contano i posti di lavoro legati a quel no. Così come un sindaco ha il dovere di ascoltare tutti, ma anche il diritto di prendere una decisione.

Forse è questo che ci frena e che minaccia il futuro: troppo attenti al presente, non riusciamo a guardare più in là del nostro naso.

Edoardo Pittalis