Quando scoprii l’orrore

Cosa accadde quando avevo 19 anni

Avevo 19 anni quando scoprii l’orrore dell’Olocausto. Ero nella mia città natale in una paninoteca (ero con gli amici e avevo studiato la Seconda Guerra Mondiale solo a scuola) e stavo aspettando la mia ordinazione. Ricordo come se fossi ieri che il televisore, ancora non c’erano i megaschermi di oggi, stava trasmettendo un documentario sui campi di sterminio. Non ricordo quale fosse, molto probabilmente “Notte e Nebbia” ma ho ancora impresse quelle immagini e quei silenzi.

A scuola non mi avevano fatto vedere quello, mi avevano fatto studiare ciò che era avvenuto, spiegato che l’antisemitismo negli anni ’20 e ’30 era diffuso in tutta Europa e non solo in Germania, ma solo su un libro, mentre quella sera mi sono sentito proiettato in una realtà che potevo soltanto aver sentito raccontare dai miei nonni ma che rappresentava davvero l’Inferno. Non so cosa mi prese realmente quel giorno ma ricordo nitidamente che uscì di corsa dal locale abbandonando la mia compagnia e diedi di stomaco. Un conto era leggere di Auschwitz un altro era vedersi sbattere in faccia quello che la “bestia umana” era riuscita a realizzare con una precisione quasi maniacale, studiando lo sterminio di intere popolazioni a tavolino, creando una macchina che per efficacia e risultato, forse solo i tedeschi potevano realizzare.

Tornai a casa stravolto. Ma avevo una consapevolezza in più; quello a cui avevo assistito non era un film di fantascienza ma una cosa realmente avvenuta e volevo saperne di più. Allora iniziai a informarmi, a leggere ancora di più di quanto già facevo, a guardare film e documentari. Lo feci per me stesso perché quel famoso 27 gennaio di tanti anni fa io divenni più consapevole di cosa l’uomo era capace di fare.

Adesso ogni anno spiego ai miei figli perché è giusto ricordare, ma non solo oggi, non solo durante la giornata della memoria, ma sempre, affinché certi orrori non si ripetano. Ho guardato tutti i film che hanno trattato l’argomento e, da imprenditore, sono rimasto allibito davanti a “Schindler’s List”. Come può un imprenditore, conscio che la forza vitale della sua azienda è il lavoratore come persona, alla quale dovere rispetto, dignità, perché senza di lui non sarebbe nessuno, ignorare tutti i principi davanti ai soldi nazisti e sfruttare l’uomo peggio di uno schiavo quando il suo primo dovere sarebbe tutelarlo? Alla fine Schindler lo capisce. Ma, purtroppo, ancora oggi, molte delle aziende che durante il regime di Hitler lucrarono su quelle persone destinate a morire sono leader nei loro settori e (troppe) non hanno pagato per quei crimini.

 

Vincenzo Lovino