Quanti Natale ha vissuto Mestre

Un natale mestrino.

E’ probabilmente dagli anni ’50 che questa ricorrenza ha assunto un carattere diverso, cittadino.
Mestre stava trasformandosi velocemente  da piccolo borgo ad una vera e propria città, con tutte le  caratteristiche tipiche.
La periferia, allora quasi tutta aperta campagna, incominciava dove finiva il Castelnuovo, quello che partiva dalla Torre dell’Orologio ed arrivava fino a via Spalti, passando per piazzale di Porta Altinate, giungendo  sino ai Quattro Cantoni.
Mestre arrivava anche oltre piazza Ferretto, al di fuori delle già da molto tempo inesistenti antiche mura del Castello, verso via Poerio, via Rosa, fino a villa Erizzo, per allungarsi verso la stazione.
A Natale non c’erano addobbi visibili, le luci che vediamo oggi non esistevano, sono il frutto della modernità.
La città si riscaldava ancora con il carbon fossile; l’odore del minerale che si consumava lentamente era forte ed irritante;  c’era il maniscalco che fondeva il ferro per i ferri di cavallo, in Corte Legrenzi.
I mestrini lavoravano per vivere, e vivevano per lavorare; poche erano le attività professionali, il piccolo commercio concentrato soprattutto in piazza Ferretto e nelle prossimità.
C’era però il tram, poi i filobus; la corrente elettrica era abbondante e a buon mercato, ma la vita scorreva ancora lentamente, seguendo il respiro  delle stagioni.
Poi, d’improvviso, il risveglio.
In breve tempo la fisionomia di Mestre cambia; attorno al piccolo borgo, e all’interno di esso, arrivano le prime costruzioni moderne: il palazzo San Lorenzo. Le strade iniziano ad essere asfaltate; anche quella di via Torre Belfredo, dove, se si presta un po’ di attenzione, si possono ancora notare sotto i portici le lame di ferro che servivano per togliere il fango dalle scarpe, prima di entrare nei negozi e nelle abitazioni.

Ma il Natale viene ancora vissuto dalle famiglie come una festa intima, riservata. Solo la messa di mezzanotte nel Duomo di San Lorenzo, e le funzioni mattutine, erano il luogo nel quale le famiglie si scambiavano gli auguri.

Arriva anche il traffico, le prime rare automobili in breve aumentano di numero; servono i vigili urbani e alcuni semafori per dirigere il traffico, come poteva essere al Ponte delle Campana, o all’incrocio tra via Carducci e via Miranese, o alla Stazione Ferroviaria.
Un primo segno di feste natalizie a carattere cittadino, nasce probabilmente proprio per loro, i vigili urbani.
Ed ecco l’usanza per la quale i mestrini portavano in via Poerio, per dimostrare la loro riconoscenza, generi alimentari di ogni tipo: dolci, panettoni, caramelle, pasta, frutta.
Aprono molte nuove attività commerciali, i mestrini iniziano ad uscire di casa più spesso, la piazza diventa luogo di ritrovo, in base a ben determinate fasce orarie, di adulti e giovani. Mestre si apre al mondo.
Questo cambiamento implica anche   alcuni aspetti negativi, uno di questi è la povertà.
Accanto ad una città che inizia a conoscere un certo benessere, c’è un’altra Mestre, di famiglie indigenti che non sono riuscite ad affrancarsi dalla povertà.
Ed ecco allora che, soprattutto nel corso delle feste natalizie, ci sono molte persone sensibili a questo problema.
Nasce così il “Caldo Natale”, la cui espressione era una casetta di legno, posta a fianco del Duomo di San Lorenzo, e dove molte signore volenterose della San Vincenzo de’ Paoli raccoglievano dai mestrini offerte in natura di ogni genere; si possono ricordare anche sacchi di carbone, ancora utilizzato per riscaldare le stufe di chi  non poteva permettersi l’utilizzo del gas, che ormai a Mestre si stava diffondendo un po’ ovunque.
Appaiono le prime vetrine natalizie, con luci, colori e suoni, e iniziano, ma solo pochi giorni prima delle feste, gli acquisti per i regali, per dei Natale che non sono più intimi come un tempo. E’ arrivata la televisione in quasi tutte le case, in bianco e nero ma gli orizzonti iniziano ad aprirsi.
E’ anche arrivato il moplen, iniziano ad essere prodotti beni solo pochi anni prima impensabili: articoli da cucina, giocattoli, attrezzi.
Erano gli anni sessanta e l’Italia viveva una fase di rapido progresso economico e sociale. I giovani erano proiettati verso un futuro di opportunità.
Anche il Natale si stava trasformando. Chi poteva, partiva per le montagne, anche qualche giorno prima della vigilia, e tornava dopo l’Epifania con tutta la famiglia.
Il Natale mestrino, così come quello di molti italiani, stava diventando un po’ il Natale del consumismo e dell’effimero. Arrivavano decine e decine di biglietti d’auguri, cassette regalo stracolme di ogni cosa.
Mestre si stava trasformando, i mestrini si stavano trasformando, il mondo si stava trasformando.
Francesco Brunello per Mestre MIA