Referendum, il ricorso al Tar accende la sfida

Chiesta la sospensione del voto sull'autonomia. Lega contro il sottosegretario Bressa: «Regista occulto e sleale»

VENEZIA – Il ricorso al Tar per bloccare il referendum sull’autonomia del Veneto innesca lo scontro istituzionale Venezia-Roma. L’impugnazione, firmata da Dino Bertocco e Marcello Degni, è affidata ai legali romani di AdlLaw, studio di fiducia del sottosegretario alle Autonomie regionali Gianclaudio Bressa (che reputa la consultazione refendaria «una truffa»). Secondo le tesi dei ricorrenti, fondate un assunto di partenza: l’interrogativo stampato sulla scheda del 22 ottobre (Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?) vìola la libertà di voto, ossia il diritto a pronunciarsi su «quesiti omogenei e chiari».

«Il quesito» – si legge in una nota – «chiede all’elettorato di pronunciarsi sull’incremento dell’autonomia regionale in svariate materie, fra loro molto diverse, quali la giustizia di pace e le norme generali sull’istruzione, la produzione e distribuzione dell’energia, la tutela della salute; una simile varietà si tradurrebbe nella violazione della libertà dell’elettore che  potrebbe essere favorevole all’ampliamento dell’autonomia su uno di tali settori ma non su altri».

Altro aspetto contestato, quello della chiarezza, assente – sostiene il ricorso – in quanto il referendum non specifica su quali materia e in che misura il Veneto richieda maggiori competenze allo Stato. Ciò perché la Regione, dopo un incontro ministeriale interlocutorio, ha «illegittimamente» respinto l’opzione di una trattativa preliminare con il Governo sull’argomento, affermando – parole del presidente Luca Zaia – che «il negoziato si sarebbe potuto svolgere solo dopo aver celebrato il referendum». Risultato? La convocazione dei comizi elettorali (priva del placet di ammissibilità previsto dallo Statuto regionale e affidato ad una commissione di garanzia mai istituita) è da ritenersi viziato in partenza e i ricorrenti chiedono ai giudici amministrativi del Tribunale di Venezia di «sospendere» il decreto del governatore leghista che indice la consultazione.

Nell’attesa, Zaia replica all’iniziativa definendola «legittima e prevedibile» salvo osservare che «chi bolla questo referendum come “una truffa” non offende me ma i magistrati della Corte Costituzionale che l’hanno autorizzato bocciando il ricorso del Governo del Pd che voleva impedire ai veneti di esprimersi».

Più drastico il leghista Luciano Sandonà, artefice dell’intergruppo per il Sì in Regione: «Sleale e gravissimo l’atteggiamento di Bressa, regista occulto del ricorso. Dubito che questo signore, così attento ai privilegi di Bolzano, il suo collegio elettorale, potrà essere un serio interlocutore del Veneto nelle trattative successive al voto popolare».

Intanto la Giunta di Palazzo Balbi ha aumentato da 500 mila a 1,2 milioni di euro il budget destinato alla comunicazione referendaria. «Un altro scandalo dopo la pubblicità sui siti delle Ulss e la richiesta ai dipendenti di sponsorizzare il voto – attacca Piero Ruzzante (Articolo Uno) – solo uno sperpero». «Mera propaganda a spese dei veneti – sottolinea Graziano Azzalin che nel Pd, schierato sul Sì, guida l’ala astensionista». «Soldi al vento per nascondere i fallimenti amministrativi», chiude Stefano Poggi, coordinatore dei comitati per l’astensione.La sfida è già accesa.

Giorgio Gasco