Renzi stravince. Cosa cambierà in Veneto?

Dunque, dove eravamo rimasti… Da una valutazione molto superficiale, sempre allo stesso punto. Prima, il Partito Democratico dava una parvenza di coesione con un segretario che spadroneggiava, infischiandosene delle bordate di quella parte di partito da lui definiti “quelli della vecchia guardia” (Bersani, D’Alema & C.). Al punto che Matteo Renzi decide di forzare la mano giocandosi la faccia con il referendum sulle riforme costituzionali non certo condivise dal resto dei democratici. Di lì, la “vecchia guardia” ha iniziato ad organizzarsi dando una mano alla “giovane guardia” la quale, pur scelta dal segretario-rottamatore, a quel punto iniziava ad avere più di qualche mal di pancia. L’appuntamento referendario ha rappresentato la classica ciliegina su una torta (il Pd) che stava diventando sempre meno appetibile per gli elettori.

E’ stata una batosta. Ma anche qui, in barba alle dichiarazioni roboanti delle vigilia del tipo “se vince il no alla riforma me ne vado e chiudo con la politica” (da presidente del consiglio e da segretario dem) Renzi, non potendone fare a meno, ha dato seguito all’annuncio, a quel punto rivelatosi premonitore, ma con altrettanta chiarezza ha fatto intendere che l’ora del ritorno non sarebbe stata così lontana. Detto fatto. Inizia la campagna per la segreteria che ha portato definitivamente alla luce la lava incandescente che da mesi scorreva nei meandri carsici del partito. Alcuni hanno preferito andarsene (Speranza in testa), altri (Emiliano e Orlando) hanno scelto la via della conta a viso aperto, senza scendere dalla barca. Alla fine, l’ha spuntata ancora Renzi al quale la maggioranza del popolo delle primarie ha riconsegnato le redini del Pd.

Dunque, dove eravamo rimasti… E’ difficile dirlo, non c’è stato un cambio di cocchiere; il governo è di fatto una squadra “allenata” da chi è uscito dalla porta (referendum) per poi rientrare dalla finestra (primarie). Certo, però qualcosa è cambiato. Chi ha voluto restare nel Pd è riuscito a legittimarsi all’interno del partito, ha fatto capire che non si può più parlare di un solo uomo al comando; la linea politica non può prescindere da chi ha a cuore il Pd e il Paese e vuole continuare a farlo crescere, restando “dentro” con le proprie sfumature e convinzioni.
Di certo le vicende che hanno attraversato i dem negli ultimi mesi hanno lasciato una profonda ferita anche in “periferia”. In Veneto il partito è andato alla deriva per quasi un anno, incapace di rimarginare le ferite dopo la debacle elettorale delle regionali 2015 che hanno visto la riconferma del leghista Luca Zaia ai danni della troppo star Alessandra Moretti. Ne è seguito un continuo calo di credibilità, con una dirigenza assente, priva di bussola con il solo gruppo di consiglieri regionali a fare da cerniera tra partito-regione-governo.

Per questo si attendevano le primarie come un salvagente a cui aggrapparsi per cercare di restare a galla e poter raggiungere la terraferma. Così è avvenuto, ma in classica continuità, con la ri-legittimazione di Renzi. Eppure una novità c’è stata. “Ora cambia tutto” chiarisce il deputato Alessandro Naccarato che sosteneva la candidatura di Orlando a segretario nazionale. Cambia tutto? Ma c’è sempre Renzi. “Rispetto al congresso precedente, il cui unico candidato non ha saputo portare a casa risultati – commenta Naccarato – ora sono chiare le due posizioni nel partito…”. Quindi è tornata l’unità? Il deputato frena: “Le due parti non vanno schematizzate in maggioranza e minoranza…”. Quindi, due parti che remano (dovrebbero) dalla stessa parte, ma distinte sotto lo stesso simbolo? Infatti, articola Naccarato, alle primarie del Veneto, il candidato alla segreteria regionale Giovanni Tonella (legato alla candidatura nazionale di Orlando) ha preso più voti del ministro, mentre Alessandro Bisato (poi eletto segretario regionale) ha incassato meno consensi del suo portabandiera nazionale (Renzi). Schizofrenia? “No – parola di Naccarato – non tutti quelli che hanno indicato Renzi sulla scheda hanno messo la preferenza a Bisato perché non lo conoscevano, al contrario per Tonella, amministratore locale quindi più visibile in ambito regionale, al quale sono andati più consensi che a Orlando”.

Enigma cervellotico, ma se lo si affronta con la lente di ingrandimento risulta più semplice: il popolo delle primarie manda a dire che il partito deve essere dinamico e perchè no, sostenuto da posizioni distinte, ma, comunque, deve mantenere lo stampo di partito maggioritario e progressista. Orietta Salemi, veronese e renziana doc, consigliere regionale dem e candidato sindaco alle elezioni comunali di giugno, lo spiega così: “Referendum (una batosta), secessione (quelli che hanno lasciato il partito) e primarie (vinte da Renzi) hanno fatto chiarezza riconfermando la leadership di Renzi, con una percentuale maggiore di quella ottenuta da Matteo nelle convenzioni (le primarie provinciali, ndr.)”. Per lei si tratta di “un atto di fiducia all’ex premier, nonostante la sconfitta al referendum, di una conferma che la stagione delle riforme piace ai nostri elettori e anche al tessuto economico del Paese (vedi il progetto dell’Industria 4.0 condiviso dagli imprenditori veneti)”. E tra i dem si è “ristabilita la chiarezza”. In che senso? “E’ rimasto nel partito chi condivide la strada indicata (da Renzi, ovviamente ndr.) per un fronte progressista moderno, europeo e più aperto rispetto a certe rigidità ideologiche”.

Insomma, non è unità ma almeno sembra che i dem stiano diventando adulti evitando di continuare a guardare al proprio ombelico rivolgendo, invece, lo sguardo a ciò di cui la gente ha bisogno.
La prima sfida che testerà il nuovo corso, sono le elezioni amministrative di giugno. Poi, a seguire il referendum sull’autonomia del Veneto ottenuto dal governatore Zaia e già in programma per il 22 ottobre. La tornata elettorale è fondamentale perchè riguarda Padova e Verona, due capoluoghi di peso per la geografia del Pd. In entrambe le amministrazioni uscenti, i dem non sono presenti. A Padova il “padano” Massimo Bitonci (i book makers lo danno favorito) si ripresenta dopo essere stato vittima (costretto alle dimissioni, per il venire meno della maggioranza) di una improvvido sgambetto da parte di una costola di Forza Italia. Più interessante la partita a Verona che sicuramente avrà risvolti sulle future alleanze del Pd. In riva all’Adige ruota tutto attorno al sindaco uscente Flavio Tosi. L’ex leghista, non potendo fare il tris come sindaco, punta sulla sua compagna di vita Patrizia Bisinella che ha incassato l’appoggio di importanti esponenti del centrodestra che di fatto hanno spaccato il rapporto Lega-Forza Italia.

Lo ammette tra le righe Naccararo: “Il Pd si è ritrovato, tutto, sulla candidatura di Giordani a Padova e di Salemi a Verona. Se qui (Verona, ndr.) si otterrà un buon risultato si aprirà un nuovo scenario”. E aggiunge: “L’effetto Verona potrebbe agire a cascata sul palcoscenico regionale”. Appunto, nel caso Orietta Salemi centrasse il ballottaggio scatterebbe il “soccorso” di Tosi. E, ovviamente, anche viceversa. Se così sarà, avrebbe inizio un’altra storia che concretizzerebbe gli amori sensi che da tempo intercorrono in consiglio regionale tra il Pd del Veneto e gli uomini della lista “Fare” creatura dell’ex leghista.
Resta l’altro appuntamento fondamentale, il referendum sull’autonomia del Veneto. Qui le strade sembrano diversi: Naccarato ha dato vita al comitato del No perché contrario alla consultazione popolare; la Salemi, come consigliera regionale, ricorda che il Pd, con l’astensione, non è contrario al referendum a priori quanto piuttosto costringere il governatore Zaia a concretizzare un vero modello di autonomia del Veneto.

Su questo i due dem si ritrovano: “Dobbiamo alzare l’asticella del confronto con la Lega di Zaia pressando il governo affinchè chiami al tavolo il governatore e lo costringa al vedo”. Ma Naccararo mette il dito nella ferita: “Dobbiamo fare capire ai veneti il nostro punto di vista, dire a quale modello di autonomia noi pensiamo”. Una sottolineatura che indica la mancanza di un progetto condiviso. Però la musica diventa unica quando entrambi i dem considerano necessario non lasciare la “vetrina” solamente a Zaia che “parlando di autonomia distrae l’attenzione dei veneti da altri problemi più importanti come il calo dello standard del servizio sanitario che resta di valore nonostante la gestione di questa Giunta regionale; lo scandalo-crisi delle banche popolari sul quale la gestione Zaia è inesistente; la vicenda della Pedemontana un progetto strombazzato dal governatore e che ora i veneti si trovano a dover pagare due volte con l’addizionale Irpef. Alla faccia dell’autonomia”.
Dunque, dove eravamo rimasti…

Giorgio Gasco