Si schianta dopo aver postato un video in cui guida veloce

Un ragazzo (anzi un uomo!) di trentun anni si schianta in macchina e perde la vita dopo avere girato e postato un video che lo ritraeva mentre correva a 160 km/h (secondo quanto riportano i giornali). Qualche giorno prima un motociclista muore scontrandosi a forte velocità contro un’auto e manda all’ospedale due anziani in condizioni gravi. La fidanzata dichiara alla stampa che la “moto era la sua passione” e che un giorno le aveva detto che probabilmente sarebbe morto in un incidente. Si potrebbe fare una lista interminabile di notizie di questo tipo.

Ogni giorno succedono mille tragedie evitabili che uccidono molto più che i terremoti. Recentemente, il padre di un ragazzo di diciassette anni, uccisosi per un’imprudenza, anziché pensare e pentirsi per l’errore commesso nel fargli il regalo, ha voluto celebrare un funerale con la partecipazione di tanti motociclisti – molti dei quali saranno inevitabilmente future vittime – quasi a glorificare la morte del figlio. Si può comprendere il dolore del padre e il tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità, ma rimane sempre il problema di come trattare queste notizie sulla stampa.

È giusto dare rilievo al fatto che le vittime sono bravi ragazzi, lavoratori con la sola passione della moto e della velocità? Certamente, così facendo non si aiuta a prendere consapevolezza dei pericoli corsi. Non tanto da chi se li assume personalmente per sfogare la propria “passione”, quanto da coloro che vengono coinvolti negli incidenti loro malgrado. E allora, un ragazzo che corre in moto o in auto commettendo gravi imprudenze – guidare a 160 all’ora è da incoscienti, con un telefonino in mano è follia – evitiamo di dire che sono bravi ragazzi anche se sono morti e umanamente spiace sempre.

Lo stesso dispiacere non lo proviamo per un ladro ucciso mentre ruba, ma a guardare bene, chi guida al di fuori di ogni considerazione per l’incolumità del prossimo non merita alcuna giustificazione, ma solo un po’ di pietà umana, la stessa che non si nega nemmeno al ladro o allo spacciatore. La notizia del motociclista “appassionato” al punto da avere previsto la propria morte in moto ha posto in secondo piano il ferimento – pare grave – dei due poveri inconsapevoli anziani. Nel caso dell’uomo – perché a trentun anni non puoi più chiamare una persona un “ragazzo” – che si fa un selfie-video mentre guida a 160 all’ora e lo posta orgoglioso sembrerebbe che nessun altro sia stato coinvolto nell’incidente. E ricordiamo anche l’autista dell’autobus di Vicenza che con quaranta studenti a bordo è stato ripreso a guidare a 90 all’ora senza mani, messaggiando e parlando al cellulare: se poi l’azienda e i sindacati per questo comportamento comminano una sanzione disciplinare di un solo giorno, ci cascano le braccia.

Non si può andare avanti così. Anche se non succede niente, si deve pensare alle tante persone sfiorate dal quel bolide privo di controllo, alla loro paura, alla sensazione di pericolo quando si va per le strade. Quanti rischi solo per fortuna non si sono tramutati in tragedia? Sarebbe ora di cominciare a definire queste persone come veri criminali, più pericolosi di un ladro che scippa una borsetta o s’intrufola in un appartamento. Non può esserci tolleranza per questi comportamenti. Se si può – anzi si deve – comprendere il dolore dei congiunti, non ci può essere compassione per chi mette a repentaglio la vita e il benessere di altri. La velocità e la passione per essa vanno considerate alla stregua di una droga. Per correre ci sono le piste; le strade sono per le persone tranquille.

Corrado Poli