Cultura e spettacolo

40 anni di Blues Brothers

“Blues Brothers” ha quarant’anni. La storia dei fratelli Jack e Elwood che per salvare dal fisco l’orfanotrofio nel quale erano cresciuti, provocano la più caotica fine del mondo con inseguimenti per cielo, terra e acqua, ha cambiato il modo di fare spettacolo al cinema e ha rivoluzionato quello che era rimasto del musical a Hollywood.

La storia dei Blues Brothers

Se c’è un film che ha influenzato la generazione degli adolescente negli Anni ’80, questo è stato sicuramente “Blues Brothers”  con John Belushi e Dan Aykroid. I fratelli Blues  vestiti di nero, gli occhiali da sole Ray-Ban, la mitica “Dodge Monaco” del 1974, la “Bluesmobile” comprata a un’asta di auto usate della polizia, la band ricomposta in fretta per fare soldi per beneficenza. Il film è costato 30 milioni di dollari, quasi il doppio del preventivo a causa dei troppi ritardi dovuti agli eccessi di Belushi; sembrava destinato al fiasco,  ha incassato in pochi mesi 150 milioni, gran parte in Europa. Ha segnato uno stile imitatissimo. La stampa americana parlò subito di film grottesco, di qualcosa di ridicolo; la stampa europea di un capolavoro del genere. Oggi è un film cult.

Come è nato

La storia è nota, e sono conosciutissime le battute del film, le sequenze che hanno Chicago come protagonista, gli inseguimenti, la baraonda infernale, le scene nelle fogne, lo scontro con i “nazisti dell’Alabama”. E’ un’esplosione musicale con alcuni tra i grandi del rythm&blues, del rock, del country.

I fratelli devono ricostituire in fretta la band e la fanno passando per la travolgente esibizione del reverendo James, uno stupefacente James Brown, che rappresenta per loro la “rivelazione”: da quel momento sono “in missione per conto di Dio”. Si muovono tra una cover di “Quando quando quando” e l’esplosione di Atretha Franklin e di Ray Charles.

Raramente la musica di quegli anni ha trovato al cinema una simile forza rappresentativa. Tra mille avventure e distruzioni di ogni genere, la band si avvicina al concerto davanti a 5000 spettatori nella Sala Grande del Palace Hotel, non senza prima far ascoltare Cab Calloway che canta “Minnie l’impicciona”. Infine, il trascinante “Everyboy needs somebobody to love” nel quale i fratelli Blues danno in meglio tra musicalità e esplosione fisica. Per concludere il tutto in carcere dove la band suona davanti ai detenuti scatenando un altro putiferio con “Jalhousie Rock” di Elvis Presley.

I Blues entrano nella storia

Non manca niente per entrare nella storia del cinema e dello spettacolo e il regista John Landis c’è riuscito alla grande servito dai due attori-cantanti che erano già beniamini del pubblico americano per le loro esibizioni comiche nello show più seguito della tv a stelle e strisce, “Saturday night live”. A fare da contrappunto, oltre ai già citati grandi della musica, una serie di “ospiti” proprio come in uno show nazionalpopolare: Carrie Fischer, John Candy, Twiggy, Steven Spielberg.

Blues Bothers senza tempo

E’ uno di quei film che raccontano un tempo e un’atmosfera meglio di un telegiornale, di una rivista, di un libro. Danno la sensazione dell’epoca vissuta come solo i ricordi riescono a fare, con colonna sonora compresa e immagini proiettate sullo schermo della memoria.

Il viaggio con Enzo Biagi

Più di una ventina d’anni fa sono stato a Hollywood con Enzo Biagi e altri giornalisti italiani. Biagi presentava il suo libro su Marcello Mastroianni, “La bella vita”. Siamo andati nella Mecca del cinema, passati sotto la grande scritta e entrati negli studi Universal. Proprio nel piazzale c’era la Bluesmobile esposta in bella vista, la stessa usata nel film, coll’altoparlante legato al tetto. Non era stato toccato niente, sembrava di vedere saltare da un momento all’altro i due fratelli per una scena movimentata. E su un palco, davanti a un piccolo pubblico, delle comparse vestite da Blues Brothers  su uno sfondo in bianco e nero con Belushi e Aykroyd, naturalmente con occhiali scuri, intonavano una dietro l’altra le canzoni della band. Erano passati molti anni dal film di Landis, i fans erano cresciuti.

House of Blues

La guida ci ha portato anche all’Hotel Chateau Marmont quello dove la sera del 4 marzo 1982 Belushi aveva partecipato a una festa con Robert De Niro e Robin Williams. Lo stesso in cui, nel bungalow numero 3, la mattina del 5 trovarono John Belushi senza vita, ucciso da una mistura micidiale di cocaina  e eroina, “speedball” la chiamavano. Era andato a letto con una cantante, forse era stata lei a preparare le dosi e a sbagliare. L’inchiesta non ha mai accertato altre verità, Belushi era conosciuto come drogato, noto per i suoi eccessi. Dicevano che fosse una morte quasi scontata. Aveva 33 anni. Belushi era un talento comico senza rivali, con pochissimi film era stato capace di imporre uno stile e un personaggio. “Qui non finisce, perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, aveva detto nel suo primo grande successo, “Animal House”.

Tutto come sul set

L’albergo è rimasto simile, era stato costruito nel 1929 negli anni in cui il cinema aveva conquistato il sonoro. Vagamente ispirato a un castello francese, affollato in ogni tempo di star e di produttori, di miliardari e di stelline. Ogni tanto appare in un film e in qualcuno si ricorda che in quelle stanze è morto Belushi. Ma Hollywood è tutta ricordi, a ogni passo, a ogni albergo. La storia è il cinema e sono i film: “Qui hanno girato…. Qua è stata ripresa la famosa scena di…. Laggiù è rimasta…”. E’ un enorme set di fantasia che ogni tanto ferma qualcosa nella pietra o nel legno per ricordare un film o un telefilm o un divo.

Il mio ricordo sui Blues Brothers

Quella sera a Hollywood siamo andati alla “House of Blues”, un locale che Dan Aykroyd aveva aperto da poco con uno dei fondatori degli Hard Rock Cafe. Il palco era sopra, dietro una balconata che dava sul salone che ricordava quelli del vecchio West. Sotto il pubblico ballava e cenava. Si esibivano gli Steppenwolfe, un gruppo rock che era diventato famoso poco prima di Woodstock, quando la loro canzone “Born to be wild” era stata inserita nella colonna sonora del film “Easy Rider”, il manifesto della generazione hippie e dell’America che non voleva la guerra del Vietnam. Il nome del complesso era un omaggio al libro di Hermann Hess, “Il lupo della steppa”. All’improvviso arrivò Aykroyd che indossò i Ray-ban, anche se fuori era notte, e intonò  “Everyboy needs somebobody to love” accompagnato dal gruppo rock. Fu un trionfo, tra grida e calpestii che facevano rimbombare il pavimento in legno e fu un miscuglio di rock e di country, di r&b e di soul come è raro sentire. A pensarci bene c’era già il sequel “Il mito continua” che sarebbe arrivato qualche anno dopo.

I fratelli Blues oggi

Aykroyd oggi ha quasi settant’anni, è cresciuto come attore passando dal musical alla commedia, con una serie di successi al botteghino, da “Una poltrona per due” a “Gosthbaster”; ha saputo anche affrontare con convinzione ruoli drammatici, la sua prima prova fuori dagli schemi, “A spasso con Dasy”, gli è valsa la nomination all’Oscar. Ma se chiedete in giro, i Blues Brothers non sono mai passati di moda.

E Belushi nella realtà non è mai morto di overdose, è ancora sul palco della Sala Grande del Palace Hotel che si toglie dalla giacca nera la polvere delle fogne, racconta come scusa di essere sfuggito alle cavallette, fa una piroetta e gambe all’aria sparisce dalla vista dei poliziotti. Se andate a Hollywood trovate su un palco, a tutte le ore, i fratelli Jack e Elwood. Naturalmente la Bluesmobile è in moto, pronta a partire, e i nazisti dell’Illinois sono tutti finiti nel fiume. Ovviamente l’orfanotrofio è salvo.

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