Cultura e spettacolo

50 anni di giallo Argento

Le origini del Maestro Argento

Dopo un trascorso nella redazione di Paese Sera in qualità di critico cinematografico e una palestra formativa nell’ambito della sceneggiatura cinematografica alla corte di grandi maestri del western (ma non solo) di casa nostra, dai quali eredita le tecniche e i trucchi del mestiere, un semi sconosciuto Dario Argento, romano d’origine, figlio di produttore cinematografico e di una nota fotografa, decide di esordire dietro la macchina da presa nel lontano 1970.

Un capolavoro senza tempo

Eppure, nessuno ovviamente all’epoca immagina che quel giovane regista, tanto detestato e persino considerato un incapace dallo scritturato protagonista Tony Musante, stia scrivendo solo la prima di una lunga serie di tappe sanguinarie che lo porteranno a essere eletto re dell’horror.

Argento, l’Hitchcock italiano

Il solo a essere paragonato al più grande regista di suspence al mondo è stato proprio Dario Argento. Che, sin dal primo film, L’Uccello dalle piume di cristallo, che avvia la così ribattezzata Trilogia degli animali, ne rivede linee stilistiche, di linguaggio cinematografico e di meccanismo del terrore. Ma Argento non si rivela un mero esterofilo. Anzi, a ispirarlo sono maggiormente i nostri Mario Bava e, su tutti, Sergio Leone. Proprio da quest’ultimo infatti (ricordiamo che Argento firma la sceneggiatura di C’era una volta il West) eredita i lunghi primi piani sulle sequenze più cruente. L’efferatezza, i dettagli sanguinari. Tutto perfettamente inserito nel primo giallo della sua lunga carriera, liberamente tratto dal romanzo La statua che urla di Fredric Brown.

La (ri)nascita di un genere

Che piaccia o no, non è certo stato Argento a portare il thriller in Italia. E questo è la storia a dirlo, non noi. Ma se c’è qualcuno che ha contribuito alla rinascita di un genere poco considerato nel Bel Paese quello che è proprio Dario Argento. Sin dalla sua prima pellicola, L’uccello dalle piume di cristallo appunto, nella quale nessuno credeva, Argento getta le basi stilistico-narrative del suo cinema. La soggettiva dell’assassino (nel quale ci lascia immedesimare facendoci compiere terribili gesta). Le mani guantate (sempre le sue), primissimi piani su dettagli (sanguinari soprattutto) e occhi, l’arma bianca, il testimone oculare protagonista accidentale. La polizia sempre e solo sullo sfondo. Ma soprattutto la figura femminile protagonista: nel suo cinema infatti la donna non è mai solo vittima, ma soprattutto carnefice. Proprio come Monica Ranieri (Eva Renzi) del primo grande titolo argentiano.

Un film di Argento o d’oro?

Se infatti dopo una settimana il regista romano, fortemente sconfortato dagli incassi, pensa di abbandonare la carriera del regista, ecco che improvvisamente il suo titolo impazza, incassando (all’epoca) ben un miliardo di lire! Motivo che spinge il nostro a scrivere la sceneggiatura del secondo film: Il gatto a nove code. Ma questa è un’altra (grande) storia.

Trama delle Piiume di Cristallo di Argento

Sam Dalmas, italo-americano, lavora a Roma in un istituto di scienze naturali. In realtà è uno scrittore, che ha deciso di passare un po’ di tempo in Italia, il suo paese di origine, per ritrovare calma e ispirazione. Sam ha appena terminato uno studio sulle caratteristiche dei tipi più rari di uccelli. E si appresta a ripartire per gli Stati Uniti con la sua ragazza italiana, Giulia.

Una sera, mentre torna a casa, assiste ad una colluttazione in una galleria d’arte in cui una donna, Monica Ranieri, moglie del direttore della galleria, Alberto, cade a terra ferita. Una spirale di violenza e sangue s’innescherà da quel momento. Insomma (è il caso di dirlo), buona la prima!

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