Cultura e spettacolo

Apocalisse ovvero il fine della storia

Apocalisse è il titolo dell’opera inserita all’ultimo posto del canone neotestamentario e la sua inclusione avvenne dopo aspri contrasti fra le Chiese occidentali e quelle orientali che la riconobbero soltanto nel V secolo d.C. Ora, non si possono comprendere la forza evocativa delle immagini utilizzate nel testo (alcune riprese dalla mitologia e dall’astrologia pagane) e la sua bellezza prescindendo dal genere letterario, quello apocalittico, proprio del tardo giudaismo sviluppatosi tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. (sull’importanza dei generi si rinvia al contributo insuperato del biblista tedesco E. Gunkel (1862-1932) e alla lettera Enciclica del 1943 “Divino afflante Spiritu” del grande Papa Pio XII (pontefice dal 1939 al 1958)). Il ricorso continuo al linguaggio allegorico rende ovviamente impervia ed al contempo affascinante la lettura di questo scritto, autorizzandone le interpretazioni più disparate sia dei fatti singoli, sia dell’insieme: condanna delle istituzioni storiche del tempo e, nella fattispecie, dell’Impero romano, profezia della fine dei tempi (Dante, nel canto XXIX del Purgatorio, paragona il libro ad un “vecchio solo venir dormendo, con la faccia arguta), testimonianza delle avversità che la fede cristiana deve fronteggiare, opposizione tra il male intrinseco all’esistenza terrena e la beatitudine dei giusti dopo la morte. Non mancano recenti interpreti (Dario Del Corno) inclini a sottolineare la tendenza teologica che puó istituire un collegamento dell’Apocalisse con il Vangelo di Giovanni: in entrambe le opere l’autore presenterebbe una sorta di “escatologia realizzata”, ossia la fiducia che il tempo attuale sia in sostanza già un tempo finale.

Presente e non futuro

Con la Sua venuta sulla terra e con il Suo messaggio Cristo ha realizzato il Regno dei Cieli e la rivelazione, dunque, riguarda l’interpretazione del passato e del presente, non la profezia del futuro. È indubbio, comunque, che l’Apocalisse contenga una precisa teologia della storia volta, più che ad indicarci come finisce la storia dell’umanità, il fine della storia, ossia quello di una umanità che ha una pienezza non ancora compiuta ma giá in atto nella sua sostanza poichè in Dio trova la sua origine ed in Cristo, il Creatore fatto creatura, il suo senso. L’Apocalisse risponde, dunque, prepotentemente all’epoca post-moderna che ha creduto di rendere liberi gli uomini cancellando Dio. “Ogni progresso dell’uomo è una vittoria contro Dio” scriveva il filosofo anarchico Proudhon (1809-1865). L’emergenza sanitaria, il conflitto in corso tra Repubblica di Ucraina e Federazione Russa, la deificazione della scienza e della tecnica, l’incapacità della Chiesa cattolica di dare una risposta all’uomo sono i segni di una precisa teologia anticristica: iperimmanentistica (una materia/natura divinizzata in puro spirito bruniano), iperconfessionale mediante la quale il cristianesimo si apre alle altre religioni finendo per svuotare se stesso, scientifica nella misura in cui lascia implicitamente intendere che la scienza (quale?, quella dei piú?) sia una via di salvezza. L'”Entvölkerung des Himmel”, lo “spopolamento del Cielo” per dirla con Hegel (1770-1831), è già iniziato, ma noi sappiamo, ed è questo il senso autentico dell’Apocalisse, che la nostra storia non è un continuo girare in cerchio come ritenevano i Greci (cfr. Padre Elia Giacobbe), ma “una freccia di speranza lanciata verso il futuro” in cui ogni cosa sarà ricapitolata in Dio. 

In collborazione con il Prof. Daniele Trabucco

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