Cultura e spettacolo

Branca branca branca…leon leon leon

E chi dimentica l’urlo di battaglia Branca Branca Branca? Con l’Armata Brancaleone nel 1966 la commedia all’italiana  mette le ali e si trasforma in qualcosa di diverso. Tutto questo voluto o casuale? Nel successo di un film, e l’Armata Brancaleone è stato uno dei più grandi successi della storia del cinema nazionale, il caso c’entra sempre. Basti pensare a Lo chiamavano Trinità, il film  che lanciò la coppia Bud Spencer e Terence Hill. Inizialmente, non concepito per far ridere milioni di italiani. Se ne accorse, nel corso della prima, il regista Enzo Barboni, in arte E.B. Clucher, travolto dalle risate a crepapelle del pubblico.

Branca e Monicelli

L’operazione legata all’Armata Brancaleone era invece diversa. Il suo regista e sceneggiatore Mario Monicelli, insieme ai suoi compagni di scrittura Age e Scarpelli, era un colto cinefilo. Concepì il film come un punto di rottura o ponte verso altre galassie del cinema italiano. Che poi Monicelli per carattere, spirito anarchico, ritrosia a qualsiasi forma di vanità non si sia mai preso i meriti del ruolo rivoluzionario dell’Armata Brancaleone nel cinema italiano è un altro discorso. Lo stesso comportamento Monicelli l’ebbe con altri suoi film famosissimi che segnarono la genesi della Commedia all’italiana. I soliti ignoti e altri che ne decretarono la fine come un Borghese piccolo piccolo.

Branca e le citazioni

E forse proprio il carattere, impedì a Monicelli di essere collocato dalla critica nelle prima fila dell’olimpo dei registi italiani come Fellini e Rossellini. Fila dove, al pari dei suoi grandissimi colleghi, meriterebbe di stare. L’Armata Brancaleone è un’opera geniale dove il rischio iniziale di mischiare tra loro elementi diversissimi come riferimenti dotti ai film di Akira Kurosawa con richiami alla Commedia all’italiana, viene superato da una storia forte. Accompagnata da una sceneggiatura magistrale e fantasiosa. Che trasporta realmente lo spettatore, nei 120 minuti di durata, nel medioevo. Cullandolo con una lingua inventata ma convincente, un latino maccheronico unito al romano e al viterbese.

Un medioevo all’italiana

La compagnia di ventura, guidata da Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), composta da un gruppo di disperati che parte per conquistare il feudo pugliese di Aurocastro diventa subito simpatica allo spettatore. Al punto che il film con le sue battute ed alcuni neologismi  entrò nel dizionario italiano per non uscirne più. Da quasi 55 anni, infatti, siamo soliti definire un’armata Brancaleone i gruppo sgangherati siano essi politici o sportivi.

La fantasia

L’Armata Brancaleone fu cucinato con una fantasia illimitata, come non una ma più maionesi fatte in casa e mischiate tra loro. Il risultato fu una prelibatezza assoluta e irripetibile. Il suo seguito, Brancaleone alle crociate, sempre di Monicelli, pur con delle perle (come alcuni lampi di Gigi Proietti) non poteva competere con il primo.

L’Armata Brancaleone creò anche un nuovo genere cinematografico. Quello del medioevo comico. E a ruota nacquero altri film minori come Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, che ebbe il merito di regalare all’umanità una splendida Edwige Fenech.

Il grande cast

Ma di Brancaleone non possiamo non ricordare il ricco e variegato cast. Con Vittorio Gassman, che nel ruolo di Brancaleone si consacra come il re dei mattatori. Enrico Maria Salerno e Gian Maria Volontè imposto a Monicelli dal produttore Mario Cecchi Gori. Al posto di Volontè, Monicelli avrebbe voluto Raimondo Vianello che però avrebbe rifiutato la parte per un suo astio verso il cinema.

Da ricordare anche una giovanissima e bellissima Catherine Spaak. Un’altrettanto bella Maria Grazie Buccella e tutta una serie di caratteristi che con i loro volti hanno costruito la Commedia all’italiana. Come  Carlo Pisacane e Ugo Fangareggi.

Il libro

Per chi volesse saperne di più, consiglio un libro “L’ armata Brancaleone di Mario Monicelli. Quando la commedia riscrive la storia” (edizioni Lindau) del critico cinematografico Steve Della Casa. E per chi volesse saperne ancora di più su Mario Monicelli, consiglio “Il mestiere del cinema” (edizioni Saggine). Scritto dallo stesso Monicelli con Steve Della Casa.

Domenico Ciotti

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